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 2016  dicembre 18 Domenica calendario

Piero Manzoni e i falsi, io accuso

«Vorrei dirle che ero una bella ragazza», ironizza subito Nanda Vigo. Ma lei, nonostante i suoi 80 anni, compiuti il 14 novembre, una «ragazza» è rimasta per davvero. Proprio martedì scorso, tra gli studenti della Statale di Milano, una infinità di collezionisti, gli amici artisti, il rettore e tutto il senato accademico, ha dato vita alla sua nuova scultura accendendo (e illuminando) il centro della Ca’ Granda: un rito solenne e insieme semplice, accompagnato da un applauso affettuoso, proprio come per il compleanno di una «ragazza» che per quattro volte ha compiuto vent’anni.
Nanda Vigo apre a «la Lettura» le porte della sua casa-studio di Milano, uno spazio illuminato dalla luce del tramonto che dialoga con i colori delle sue opere e restituiscono nuove cromie cangianti di rossi, verdi, blu. Per lei, architetto e sofisticata artista, la casa appare come un rifugio silenzioso colmo di lavori suoi ma anche di amici: in un angolo una foto di Lothar Wolleh che la vede abbracciata a Lucio Fontana, una grande Marilyn di Mimmo Rotella, un lavoro di Otto Piene (uno dei fondatori del Gruppo Zero), un ritratto del vecchio amico Uliano Lucas e, naturalmente, alcune opere di Piero Manzoni, di cui è stata fidanzata.
Il ritratto della giovane Nanda Vigo è quello di una ragazza di buona famiglia con tanti viaggi alle spalle e ottimi studi. Si laurea in Architettura all’Institut polytechnique di Losanna e fa anche uno stage con Frank Lloyd Wright a San Francisco. È sempre curiosa, attenta e dinamica e nel 1959 apre il proprio studio a Milano. Da quell’anno frequenta lo studio di Lucio Fontana e, com’è ovvio, in quella cittadella della cultura chiusa nei confini di Brera, si avvicina agli artisti che hanno appena fondato la galleria Azimut a Milano: sono Enrico Castellani e Piero Manzoni. Ma Nanda Vigo, anche attraverso le frequentazioni dei suoi amici artisti, resta affascinata da Zero, ovvero quel movimento nato in Germania a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta e che teorizzava una rottura con i dogmi dell’arte di allora.
In quel periodo Milano viveva il clima intellettuale della rinascita: Nanda Vigo, unica donna (con Dadamaino) in un mondo di maschi, frequenta il bar Jamaica e insieme a Fontana, Manzoni e Castellani scopre un’infinità di amici fotografi come Uliano Lucas, Mario Dondero, Carlo Bavagnoli, ma anche Alberto Colombo, Bruno Galvani, Antonio Maschera, Mario Arcaini, Costantino Guenzi e poi Angelo Verga e Ettore Sordini. Compagni di strada, di bevute e di discussioni su arte e vita. Tra tutti, però, spicca Lucio Fontana, che si impone come un maestro. Ma era naturale: Fontana nel 1959 ha 60 anni, è già un artista riconosciuto, ma la Vigo ne ha 23, Manzoni 26, Castellani 29. Ragazzi, insomma. E nessuno di loro è davvero consapevole (anche comprensibilmente) del fatto che stanno per scrivere un pezzo di storia dell’arte. «Noi tutti volevamo soltanto fare dei lavori in cui credevamo sino alla morte. Era una ragione di vita. Eravamo animati da una fede incrollabile, condivisa, difficile da trovare nei giovani d’oggi. Stavamo spesso al Jamaica, era un modo per stare insieme». Vigo parla dei rapporti con gli altri artisti: «Se c’era rivalità? Certo che c’era: quante liti abbiamo fatto! L’oggetto delle liti era soprattutto la partecipazione alle mostre, ma al di fuori del Gruppo Zero. Perché il Gruppo Zero era ben definito e chiunque cercava di entrare di straforo, come Turi Simeti, veniva visto male».
Nanda Vigo, «signora della luce», mescola dolcezza e incredibile durezza, e vuole togliersi dei sassolini dalle scarpe: «Il recupero oggi di Simeti è un errore. Ormai non sanno più cosa pescare, sono quasi tutti morti. Nessuno di noi allora aveva le quotazioni. Poi, nel tempo muore uno, ne muore un altro e allora cambia tutto… Ora quel tipo di pittura è un fenomeno di moda. Guardate Manzoni… Con Castellani, per divertirci, abbiamo fatto un calcolo approssimativo. Tra una cosa e l’altra Piero avrà fatto, probabilmente, circa 250 lavori. Quanti ne vedi in giro? Tantissimi. Eppure lo sanno tutti: dicono che il mercato è pieno di falsi ma continuano a comprarlo».
Certo, guardando gli Achrome che la Vigo ha a casa (tra cui il primo che Manzoni abbia fatto), dove la patina del tempo è chiaramente percepibile a occhio nudo, vengono alla mente le tante opere che sembrano appena uscite dal suo studio. «Com’è possibile tutto questo? Tutto è diventato speculazione – denuncia Vigo – e l’arte è dentro questo sistema di speculazioni. Cataloghi su cataloghi su Manzoni. Ogni volta che ne esce uno sono aggiunti pezzi nuovi. Li hai mai visti tu? Ho conosciuto anche un falsario. Lavorava sui cotoni. Faceva delle cose terribili e ne ho bloccata una. Ma più di tanto non posso fare. Non ho alcuna firma per poter autenticare o no un lavoro di Manzoni, anche se ne ho visti fare tanti, quando stavo con lui. Non tutti, certo, ma io li riconosco subito. È una cosa talmente forte che viene dallo stomaco prima ancora che dalla testa. Lo capisci da lontano. È qualcosa che hai dentro, riconosci l’energia. Di fronte a un falso c’è qualcosa che ti nasce dalla pancia e che si rivolta tutto. C’è in molti casi una rete di complicità, conosciuta da tutti, che parte da chi organizza un libro, dal critico che lo firma, sino al curatore della mostra».
La fidanzata di Manzoni, la ragazza che gli è stata accanto sino alla morte, fino all’alba del 6 febbraio 1963, sembra rassegnata: «Che cosa direi a un collezionista su come riconoscere un falso? Non posso dire niente ai collezionisti: non hanno questa sensibilità. Gli artisti sì, ma non tutti. Turi Simeti no». E ride. «Non sapete – spiega Vigo – quanto ha insistito per entrare nella mostra del ’65 del Gruppo Zero. Poi si è rifatto anche un’identità, per accreditarsi al nostro movimento. Per non parlare di Paolo Scheggi. Anche lui non l’avevo mai visto prima. La verità è difficile da scoprire: spesso c’è una rete che parte da chi organizza un libro o anche una mostra, dal curatore o il critico che la firma. È un sistema consolidato e noto a tutti».
Su Piero Manzoni, Uliano Lucas ricorda come, nell’indifferenza generale, fu proprio lui a curare il primo libro dedicato ai lavori del suo vecchio amico. Era il 1967: editore Scheiwiller. Poi ci fu il volume pubblicato nel 1973 da Giampaolo Prearo Editore e curato da Germano Celant, da molti considerato come un volume assolutamente attendibile. Da quelle pubblicazioni sono discesi molti altri cataloghi e molte nuove opere. Ma è anche lo stesso Uliano Lucas (dichiarato da Manzoni Scultura vivente ) a sostenere, ironicamente, proprio come Giancarlo Politi (editore e direttore di «Flash Art») che alla fine questa paradossale situazione non fa altro che aiutare e promuovere l’arte italiana nel mondo. E in parte è vero.
Nanda Vigo pensa al passato ma guarda gli orizzonti del presente, osserva i giovani artisti d’oggi e lancia un’accusa: «Noi siamo andati contro tutti, abbiamo infranto le regole. Questa voglia di autonomia, questa ricerca di libertà, questa intelligenza da parte dei giovani artisti di oggi non c’è più. Zero totale!». Una pausa di silenzio e sbotta alzando la voce: «Ci vogliono le palle. Per fare qualcosa di nuovo ci vogliono le palle. Io non vedo artisti con le palle. Non li vedo, non li vedo, non li vedo». Certo, il tema principale del suo lavoro è il dialogo tra architettura, design e arte: «L’architetto negli anni Sessanta faceva solo l’architetto. Il più illuminato prendeva un quadro e lo metteva dentro. E allora chi c’era? Solo Gio Ponti che ha integrato tutte le arti applicate. Così sono diventata amica del Ponti. Non esisteva il dialogo stretto tra architettura e arte. Pensi che ad esempio, nel 1968, per una casa che ho fatto a Malo, nel Vicentino, su disegno iniziale di Ponti, vista la piccola metratura, ho messo il letto matrimoniale nel mezzo del soggiorno. Fu uno scandalo. Nella cattolicissima Malo ci fu anche l’anatema del parroco durante il sermone domenicale. E Gio Ponti commentò: “È la Nativity Room”. Solo una donna poteva concepire una cosa del genere».
E parlando di progettazione si va alla mostra del design al femminile alla Triennale: «È pazzesco che nel 2016 si parli ancora di design delle donne. C’è il design e basta. La cultura è la cultura, il design è il design, ci sei o non ci sei». Nanda Vigo si sofferma così anche sull’arte fatta dalle donne: «C’è il problema della famiglia, e poi dei figli che sono un lavoro, una responsabilità. O fai uno o fai l’altro. Se fai entrambi fai mezzo di tutto. Qualche rimpianto? Nessuno. Lo ripetevo sempre quando insegnavo e lo ripeto anche ora quando incontro delle giovani: se vuoi essere un’artista fatti tutti i maschi che vuoi ma non farti una famiglia».
E Piero Manzoni? Ricorda lei sorridendo: «È stato un amore folle, per fortuna è morto presto, altrimenti era una situazione da suicidio. Lui era gelosissimo, mi ripeteva: non siamo la famiglia Curie. Mi vedeva come una rivale. “L’artista tra noi sono io”, ripeteva. E quando scopriva che facevo una mostra c’erano liti terribili. Una volta, a un gallerista di Venezia, dopo una notte di bevute, ha detto: “La mostra la devi fare a me e non alla Vigo”. E io non l’ho fatta. Ma alla fine l’ho perdonato».