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 2016  dicembre 18 Domenica calendario

La sai la barzelletta sull’uomo che usa il 10% del cervello?

«Lo so, ma non ci credo!». Con questa frase potremmo sintetizzare molti fenomeni sociali di oggi che non possono che apparire molto preoccupanti, in diversi campi della conoscenza e dell’agire sociale. Tutti i sondaggi condotti negli Stati Uniti negli ultimi trent’anni mostrano per esempio che il 40-45 per cento degli americani crede che gli esseri umani siano stati creati in un atto di creazione indipendente verificatosi negli ultimi diecimila anni. Questo, nonostante siano stati fatti, lì come altrove, tutti gli sforzi per informare la gente sulle conclusioni della biologia di oggi, in particolare per quanto riguarda la biologia evoluzionistica e la paleontologia, e che ricerche condotte indipendentemente rivelino che la maggioranza della gente «sa» almeno astrattamente come sono andate le cose. Il fenomeno non riguarda, tra l’altro, solo conoscenze che investono questioni di fede, ma si estende a convinzioni «laiche», come il ruolo della nostra specie nell’attuale riscaldamento del pianeta o la pericolosità e, al contrario, l’onnipotenza di certe pratiche cliniche. Sempre più spesso, insomma, «lo so bene, ma non ci credo, o non me ne curo».
Si tratta del rovescio di un’altra medaglia, molto più vecchia, ma ugualmente misteriosa. Non è vero… ma ci credo è il titolo di una commedia di successo nostrana di Peppino De Filippo, che ha dato occasione anche alla produzione di un film con lo stesso titolo. L’affermazione si riferiva chiaramente a un precetto della superstizione e del credo popolare, rifiutato dalla ragione e dalla cultura ufficiale, ma accettato in tutto o in parte dal sentimento e dalla propensione alla precauzione, anche a fondo perduto, tipica della cultura popolare. Molte persone superstiziose – soprattutto meridionali, ma non solo – sono disposte ad ammettere che certe credenze non hanno niente di solido su cui basarsi e appartengono al grande capitolo delle superstizioni e dei «sospetti collettivi». Ciononostante, una parte di loro ci crede e cerca di evitare di incorrere in certi possibili «infortuni» perché «non si sa mai!».
Si tratta di un fenomeno ben noto da tempo e che qualcuno ha cercato di analizzare tramite modelli sociali, ma che affonda le sue radici nella profonda scissione presente in tutti noi tra le conoscenze – che appartengono prevalentemente al regno della razionalità – e le nostre convinzioni private e spesso inconfessate – che si nutrono dell’irrazionalità e per lo più della paura. Quando si passa poi dalla teoria alla pratica, cioè si esibiscono comportamenti concreti, la rilevanza della parte razionale impallidisce e l’irrazionalità prende quasi sempre il sopravvento. In qualcuno più e in qualcuno meno, ma si tratta di un fenomeno di vasta portata che investe le credenze quotidiane come pure gli atteggiamenti fideistici e religiosi.
I fenomeni di ignoranza e «cecità» che si osservano oggi sembrano essere di natura ancora più complessa, e investono campi della conoscenza di grande rilevanza sociale, soprattutto per quanto riguarda la gestione della salute, individuale e pubblica, dove prosperano le idee più strane e contraddittorie, come la pericolosità di certe vaccinazioni e l’utilità di pratiche dubbie come l’omeopatia e l’infusione di improbabili cellule staminali. Per non parlare degli effetti «miracolosi» di questo o quel tipo di cibo. Il dominio delle idee sbagliate sembra al momento sconfinato, dalla convinzione che ciascuno di noi adoperi solo il 10 per cento del suo cervello a quella secondo la quale gli animali sentirebbero in anticipo l’arrivo di un terremoto. E la cosa pare tanto più paradossale, in quanto, volendolo, oggi si può sapere quasi tutto di tutto senza grandi difficoltà. Perché si verifica tutto ciò, addirittura in maniera crescente e allo stesso tempo subdola e strisciante? La risposta più vera è sempre quella che abbiamo addotto per spiegare il vecchio «Non è vero… ma ci credo»: l’incredibile dissociazione fra razionalità e irrazionalità presente in ciascuno di noi. Tra l’altro, almeno in linea di principio, di razionalità ce n’è una sola, mentre di irrazionalità ce ne sono tante, diverse tra di loro.
In queste settimane la rivista «Science» ha dedicato alcune pagine all’analisi del fenomeno, proponendo alcuni modelli interpretativi. Si tratta di modelli, sia ben chiaro, ma al momento questo è il meglio che si possa fare, e la cosa testimonia per lo meno l’importanza dell’argomento. La diffusione di idee sbagliate non riguarda, infatti, solo il mondo delle conoscenze ma, come si è visto di recente, può influenzare anche votazioni di massa e referendum. Un gruppo di persone o una intera popolazione possiedono un «parco» di convinzioni che evolve col tempo, e il compito principale di un modello è quello di mostrare se si può prevedere almeno in parte tale evoluzione. Ne è emerso in primo luogo che esistono sì le convinzioni della popolazione nel suo complesso e quelle del gruppo al quale si appartiene più direttamente, ma esiste anche un «dibattito» intrapersonale che caratterizza ciascuno di noi.
Questo studio ha messo in luce poi che due sono i parametri principali utili per caratterizzare le diverse convinzioni: la velocità con la quale esse evolvono, non necessariamente la stessa per tutte, e la «forza» positiva o negativa delle convinzioni stesse, di nuovo diversa da caso a caso.
Non vogliamo farla troppo lunga con i dettagli dei diversi modelli, ma ci accontentiamo di notare che una singola idea «sbagliata» che possieda certe caratteristiche può influenzare l’andamento di un intero corpo di convinzioni. Se nella mente di qualcuno quella è per così dire intoccabile, il suo effetto si farà sentire un po’ su tutto. Come dire: «Una bufala tira l’altra, e una che si presenti come particolarmente radicata e “naturale” ne può tirare molte altre». È per questo motivo che i responsabili dei media e soprattutto i giornalisti scientifici devono stare molto attenti a non diffondere idee sbagliate. Non si può prevedere, infatti, che cosa ne verrà fuori con il tempo e l’interazione con altre idee correnti. Questo rappresenta l’unico modo ragionevole di risolvere, o almeno alleviare, il fenomeno delle ondate di idee sbagliate che si susseguono all’interno di un mondo che, per altro, è sempre più intimamente e prontamente connesso. Un’idea sbagliata, insomma, genera altre idee sbagliate molto più spesso di quanto ci aspetteremmo, e troppo più spesso di quanto un’idea giusta generi idee giuste.