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 2016  dicembre 22 Giovedì calendario

L’eterno ritorno di Mani pulite: perché la politica non sa scuotersi

Se c’era bisogno di qualche evento che ricordasse l’attualità di un anniversario, le cronache giudiziarie di Roma e Milano sono arrivate giusto in tempo per cominciare a «celebrare» i venticinque anni di Mani pulite. La ricorrenza cadrà tra meno di due mesi, il prossimo 17 febbraio, ma le inchieste che coinvolgono i sindaci di una capitale e dell’altra dimostrano che l’intreccio tra giustizia e politica non s’è mai sciolto. E che la «questione morale» applicata alle amministrazioni pubbliche resta un problema, forse persino più pressante di 25 anni fa. Nonostante il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, e il tentativo di approdare alla terza.
Tutti gli indagati sono da considerarsi innocenti prima delle sentenze, ovviamente, e le vicende di Roma e Milano sono sensibilmente diverse tra loro.
Ma sono simili le polemiche che hanno innescato, e soprattutto c’è la sensazione che anche il cosiddetto «nuovo» non sia immune dai vecchi pasticci. In particolare a Roma, dove gli interrogativi si addensano su un partito che proprio della questione morale e la rivendicazione d’onestà ha fatto la sua «ragione sociale».
A partire dal 2012 la Procura di Roma ha azzoppato o provocato la caduta di due amministrazioni – di destra e di sinistra – e ora incombe sulla terza, di stampo grillino, accendendo i riflettori sul governo di Virginia Raggi. Dopo l’arrivo del procuratore Giuseppe Pignatone, le inchieste sul malaffare legato agli appalti che nascondevano finanziamenti illeciti alla politica hanno indebolito la Giunta guidata da Gianni Alemanno, contribuendo alla sconfitta elettorale del 2013 (nonostante gli inquirenti avessero avuto cura di scoperchiare definitivamente la pentola solo dopo il voto). Con il ciclone di «Mafia capitale», quell’esperienza è stata sostanzialmente bollata come sponda politico-amministrativa del gruppo accusato di associazione mafiosa, e quella successiva capitanata da Ignazio Marino non ha avuto sorte migliore. Prima sfibrata dal coinvolgimento di esponenti del Pd cittadino nell’indagine, e poi per la vicenda degli scontrini del sindaco, finita con un’assoluzione che dovrà ora passare il vaglio dell’appello.
Sull’onda di due fallimenti provocati anche per via giudiziaria, in Campidoglio sono arrivati i grillini, che a sei mesi dall’insediamento si ritrovano già con un assessore dimissionario perché sotto inchiesta e uno stretto collaboratore del sindaco in carcere. Oltre ad altri accertamenti in corso. Portati avanti da un ufficio che – come metodo – cestina gli esposti anonimi, non apre fascicoli su articoli di giornale e ha molto ristretto il campo d’applicazione di un reato che normalmente va per la maggiore: l’abuso d’ufficio. Ma che procede con un metodo investigativo collaudato in altre realtà criminali dove, ad esempio, l’intreccio tra accertamenti finanziari e intercettazioni può portare a risultati sorprendenti. Che quando arrivano non possono essere frenati a seconda del colore politico dell’amministrazione coinvolta. Si può talvolta differire la pubblicità di alcuni fatti per non influenzare particolari passaggi come gli appuntamenti elettorali, se questo non danneggia le indagini, ma far finta di non vedere no. Né si può evitare di muoversi secondo ciò che prevede la legge, attraverso interpretazioni di norme che naturalmente sono discutibili e discusse, ma hanno comunque a che vedere con il codice penale. Sebbene poi ne derivino conseguenze politiche. Quella però è questione che dovrebbe essere affrontata in primo luogo dalla politica, per l’appunto. A cominciare dal modo in cui vengono selezionate le rispettive classi dirigenti; anche tenendo conto di ciò che emerge dai processi, a prescindere dal loro esito.
Oltre che per il ricambio avvenuto ai vertici della Procura romana, c’è chi pensa che nella capitale certe iniziative giudiziarie fanno scoprire più malefatte che altrove perché lì è mancata quasi del tutto, in passato, l’esperienza di Mani pulite. Soprattutto tra gli inquisiti, anche potenziali. Come se non ci fosse l’aspettativa di certe scoperte, e una certa incapacità a reagire nella maniera più adeguata. Può essere un buono spunto di riflessione sulle cronache di questi giorni. E in vista del venticinquennale dell’inchiesta che pareva avesse cambiato l’Italia.