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 2016  dicembre 22 Giovedì calendario

Il prezzo colpevole dei rinvii

A metà luglio 2016 la Bce scrisse al Monte dei Paschi di Siena avvisando la banca che si rendeva necessario un aumento di capitale e dandole tempo fino al 31 dicembre per realizzarlo. Sia la banca che il governo sapevano da mesi che questa lettera sarebbe arrivata: certamente non una sorpresa. Si avviarono le procedure, ma di fronte all’incertezza politica associata all’imminente referendum si decise di rimandare tutto a dicembre. Arrivati al 5 dicembre fu chiaro che non si sarebbero trovati 5 miliardi di euro in tre settimane. La banca chiese allora di rimandare di un mese la scadenza del 31 dicembre. Non sorprendentemente la Bce rifiutò: quella scadenza era nota da tempo e doveva essere rispettata. Il risultato è che ora il Monte verrà di fatto nazionalizzato.
Che si sarebbe arrivati a questo punto era noto da almeno tre anni: il Fondo monetario internazionale avvisò il governo nel luglio 2013 che si sarebbe dovuto preparare all’eventualità di una nazionalizzazione o perlomeno di un ingresso dello Stato nell’istituto senese. D’altronde sarebbe stato sufficiente studiare ciò che era accaduto negli Stati Uniti dove l’intervento pubblico nelle banche (ma anche nelle aziende automobilistiche colpite dalla crisi del 2008 seguita al fallimento di Lehman Brothers) fu rapido e radicale. Interventi che impedirono al male di diffondersi e resero possibile una rapida restituzione delle aziende al mercato, in qualche caso persino con un buon guadagno per le casse dello Stato.
Quanti soldi ha perso il Monte dei Paschi dal 2013 a oggi, che forse si sarebbero potuti risparmiare con un intervento radicale tre anni fa? Invece l’amministrazione pubblica scelse di prestare denaro alla banca a un tasso (il 9%) che era evidente avrebbe solo accelerato l’avvitamento e reso più profonda la sua crisi.
Quale sarà l’onere aggiuntivo per i contribuenti – che da gennaio diventeranno i principali azionisti del Monte – dovuto a questo ritardo e all’ottusità con la quale si è cercata una soluzione di mercato che palesemente non c’era? Per di più lasciandosi illudere da qualche banchiere d’affari interessato solo alle commissioni che avrebbe potuto incassare.
Rimandare non è sempre un errore. Talvolta prendere tempo è una scelta intelligente, purché si usi l’allungamento delle scadenze per affrontare e sciogliere i nodi e rendere i problemi più facilmente risolvibili. In questo caso si è rinviata la soluzione limitandosi ad aspettare mentre la banca perdeva 6 miliardi di depositi in poco più di due mesi, fra il 30 settembre e il 13 dicembre.
Rinviare in attesa che accada un miracolo è una prassi molto usata in Italia, dettata da furbizia di bassa lega e da scarsa responsabilità. Quanti problemi si sarebbero evitati se nel momento in cui il Parlamento recepì la Direttiva europea sui salvataggi bancari (bail-in) si fossero informati i cittadini spiegando che da quel giorno alcuni loro investimenti sarebbero diventati più rischiosi?
L’opacità è l’altra faccia del rinviare. Se rimandare serve a evitare che i problemi possano essere addossati al governo in carica, la tendenza a essere poco trasparenti su provvedimenti o iniziative necessarie quanto dolorose, in politica è la norma. Ma scarsa trasparenza e rinvii, nelle vicende economiche si pagano cari. Quali che siano i settori. Il consiglio di amministrazione di Alitalia, un’azienda oggi totalmente privata, è riunito da nove giorni per cercare di salvare la compagnia aerea. Un’azienda la cui storia è puntellata di mezze soluzioni, di perdite accollate allo Stato senza che questo abbia mai significato una vera ripartenza, ma soltanto l’ennesimo rinvio.
È lecito dire che la sopportazione dei cittadini è messa a dura prova?