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 2016  dicembre 22 Giovedì calendario

Il filo che lega il killer ai salafiti. In regia l’«uomo senza faccia»

«Ambasciata dell’Islam». Un cartello verde sulla porta illumina quanto basta: due spade incrociate e l’invito «venite da noi, vi mostreremo il Paradiso». Oltre questa cancellata scura arabescata d’oro, in un fabbricato grigiastro che quasi non vedi fra i capannoni industriali sulla tangenziale di Neukölln, proprio di fianco a una fabbrica di fuochi d’artificio, qui brilla Al Nur, La Luce. La moschea dei salafiti. L’ambasciata d’un mondo a sé. Ottocento musulmani durissimi e Hassan l’iracheno che al supermercatino di carne halal presenta i suoi amici, un libanese e un islamico ungherese: «Certo, stavamo parlando della strage. Molti ci guardavano male, ora temiamo che cambi l’aria…». La polizia passa spesso da queste parti. C’è la caffetteria «solo per fedeli», la scuola «solo per famiglie osservanti» e l’imam Sheikh Nasser solo per salvare la faccia: «Dagli arresti di novembre, non fanno che venire giornalisti. Ma noi abbiamo un’unica parola per voi: andatevene. Questo non è un covo di terroristi. Noi condanniamo quel che è successo. Noi preghiamo e basta».
Islam über Alles. Non ci sono scorte armate davanti alle tranquille e moderate moschee di Charlottenburg. E a parte il manipolo di neonazi sceso in piazza ieri sera, nessuno ancora si sogna d’illuminare di rancore la vita dei sei milioni di musulmani tedeschi pacifici e ben radicati, perlopiù turchi. Da un po’ però qualche riflettore s’è acceso: sulle Al Nur radicali. Poche. E tenute d’occhio: sotto inchiesta non ci sono solo i profughi della Balkan Route, adesso lo sono anche i 9.200 salafiti che in passato hanno condannato i massacri di Parigi o di Bruxelles, sì, eppure stavolta tacciono e qua e là sono sospettati d’un pericoloso proselitismo.
Generazione Allah
La situazione in Germania non può che deteriorarsi, avvertiva da tanto Ahmad Mansour, autore del best seller «Generazione Allah», e questo 2016 è stato l’anno della svolta: un’estate horribilis con l’attacco sul treno di Würzburg e l’attentato al concerto di Ansbach, dove s’è capito bene che l’ispiratore diretto era il Califfato, e poi l’ottobre nero del ventenne pronto a colpire a Berlino su istruzione dell’Isis, il siriano Jaber scovato con esplosivo destinato all’aeroporto, il dodicenne che via web aveva ricevuto l’ordine di piazzare due bombe rudimentali a un mercatino di Natale… Esiste un rapporto diretto salafiti-Isis? Il ministero dell’Interno ne è convinto. E ritiene che lo Stato Islamico, con la Germania nel centro del mirino, non possa contare su reti strutturate d’arabi – com’è in Francia o in Belgio – e debba quindi affidarsi alle azioni dei singoli. Sfruttando il flusso dei rifugiati. Puntando su piccoli nuclei locali di reclutamento. Facendo propaganda in tedesco e promuovendo, attraverso le moschee estremiste, campagne di conoscenza del Corano «più puro».
Predicatori e infiltrati
È stata la grande retata di novembre – duecento case perquisite, la messa al bando del movimento salafita «Die Wahre Religion», la Vera Religione, che avrebbe allevato 140 jihadisti pronti alla Siria e a tutto – a far conoscere la figura dell’iracheno Abu Walaa, 32 anni, vero ambasciatore dell’Isis in Germania e (si scopre ora) legato al tunisino ricercato per la strage. «Il predicatore senza faccia», come lo chiamavano i suoi fedelissimi balcanici e camerunensi, è stato incastrato da un pentito salafita e solo quest’anno, secondo i servizi tedeschi, ha compiuto almeno 340 tentativi di reclutamento. Ma quel che ha più sconvolto è stata la capacità, sua e del jihadismo, d’infiltrarsi addirittura negli apparati di sicurezza, gli stessi che oggi vengono messi sotto accusa per la loro inefficienza. Una ventina di soldati sono finiti sotto indagine per simpatie salafite. E ben più clamoroso è stato il caso di Roque M., 51 anni, sposato con figli, tedesco d’origine spagnola, un passato d’attore porno e un presente d’informatore nei servizi segreti: convertito nel 2014 all’Islam, Roque s’era arruolato nelle file dell’estremismo. E faceva la talpa integralista.
Servono almeno sessanta poliziotti per controllare 24 ore su 24 un integralista, scrive la Bild. Molto di più per penetrare e capire quest’Islam evoluto nell’immagine – le barbe sono di rado molto lunghe – e involutissimo nel rapporto con le altre Germanie. C’è di tutto: lupi solitari «aizzati» da ufficiali Isis nascosti a Raqqa, terroristi usciti da cellule già presenti nell’area tedesca (a Düsseldorf, se n’è scoperta una in rapporti con i killer di Parigi), minorenni plagiati e potenziali assassini. La minaccia non è mai troppo sofisticata: coltelli, asce, camion rubati… La polizia cerca d’arginarla, mette sotto pressione i rientrati dal fronte del Jihad. Qualche risultato è arrivato, un reduce su quattro pare sia disposto a collaborare. Non è detto che basti.