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 2016  dicembre 22 Giovedì calendario

«Incubo kafkiano». L’Sos della famiglia da quattro anni in mano ai talebani

Da qualche parte, nell’Afghanistan sotto controllo talebano o nell’area tribale pachistana al di là del confine, le vite di quattro occidentali sono appese ai clic di pochi video che circolano online. Immagini e parole diventati come messaggi in bottiglia. Se il loro appello saprà suscitare una reazione internazionale, forse si salveranno. Se invece l’Sos finirà perduto, sarà la fine.
Sono una madre americana e un padre canadese più i loro due bambini nati e vissuti in prigionia. La loro è una storia fatta di ingenuità, buona fede e fiducia da una parte, cinismo, crudeltà e realpolitik dall’altra.
«Quando sei assalito, reagisci attaccando l’aggressore nello stesso modo in cui ti ha aggredito lui». Le parole del Corano fanno da preambolo al video della famiglia Boyle. Occhio per occhio. Sono i rapitori ta lebani ad averle inserite prima di diffonderlo. Si tratterebbe di membri del potente clan Haqqani attivo già durante la Guerra Santa contro i sovietici. I prigionieri rappresentano la vendetta per ciò che subiscono civili e talebani nei combattimenti, ma anche più materialisticamente, merce di scambio per ottenere, come dice la stessa donna rapita, «denaro, potere» e la scarcerazione dei «loro amici» detenuti a Kabul.
«Oggi è il 3 dicembre 2016, abbiamo atteso sin dal 2012 la fine di questo incubo kafkiano» legge mamma Caitlan Coleman, 31 anni. Indossa un hijab nero che le lascia scoperto parte del collo. È pallida, magra, più volte la voce trema mentre parla delle atrocità subite davanti ai figli. Si rivolge al presidente Usa Barack Obama e al neoeletto Donald Trump. Il marito canadese, Joshua Boyle, ha la barba lunga, ma curata, gli occhiali ancora in ordine e tiene i bambini in braccio. Interviene solo per rivolgersi anche lui a Ottawa e a Washington. Appaiono entrambi esausti, pronti a scoppiare in lacrime. «Abbiamo capito – dice mamma Caitlan – che tutti ci odiano e sono contenti di lasciarci in questa situazione». Per i Boyle sia i talebani sia i governi di Afghanistan, Usa e Canada non sono disponibili a fare compromessi pur di salvarli. In effetti solo di rado Washington ha trattato la liberazione di rapiti preferendo tentare blitz militari.
Nel video sono visibili anche i figli. Caitlan era incinta quando fu rapita e quindi il primo bambino dovrebbe avere quattro anni, l’altro sembra ne abbia due. Si muovono irrequieti in braccio al padre. Sono biondi e sporchi, uno con il ciuccio in bocca. Di tanto in tanto i loro sguardi azzurri si alzano verso qualcuno lì davanti che li sta filmando. Diffidenti. «Quattro anni sono tanti» ripetono Caitlan e Joshua, fate qualcosa «per noi e i nostri bambini».
I Boyle avevano attraversato da turisti in cerca di avventura Russia, Kazakistan, Tagikistan e Kirghizistan prima di essere rapiti sulle montagne vicino a Kabul. «Viaggiavano – ha raccontato il padre di lui – convinti dell’intima bontà degli esseri umani. Certi che trattando gli altri con rispetto la risposta sarebbe stata inevitabilmente positiva. Per quanto possa sembrare naive avevano già trascorso diversi mesi con gli indigeni del Guatemala e non era loro successo mai nulla».