Corriere della Sera, 22 dicembre 2016
Il maggiordomo di Google
MOUNTAIN VIEW (CALIFORNIA) Esiste un futuro in cui basterà pronunciare poche sillabe per avere le informazioni sul traffico, alzare la temperatura in salotto, conoscere gli impegni della giornata, ascoltare musica o accendere la tv sul nostro programma preferito. Esiste: ed è questo, in cui stiamo già vivendo. Perché qui, lungo le strade e nelle stanze di quella che più che un’azienda sembra un’università – per il numero esorbitante di felpe e l’assenza di grisaglie, per il campo da beach volley, le bici ovunque, il cibo gratis, a ogni ora – qualcuno ha iniziato a dargli volto. Meglio: a dargli voce.
Quella che Google ha avviato è, in fondo, una rivoluzione: non lontana da quella iniziata 18 anni fa, che ruotava intorno a una intuizione semplicissima – una pagina bianca, una riga dove poter scrivere quel che si cerca, e la capacità di fornire una lista di risposte.
Oggi a fornirle è un assistente virtuale, il Google Assistant: il punto nodale di un intero sistema che, come ha spiegato l’ad, Sundar Pichai, farà di Google un’azienda con al centro l’intelligenza artificiale. In sostanza: la capacità, per i computer, di imparare. Proprio come noi, per prove ed errori: educando reti neurali a capire quali sono i collegamenti esatti e quali quelli sbagliati, a prevedere quel che potrebbe accadere e ad adattarsi se non accade, a comprendere il contesto, e poi ricominciare a imparare.
A Google, una serie di programmatori visionari è riuscita prima a credere nella possibilità di una intelligenza artificiale così costruita, poi a darle corpo: compiendo un balzo nella corsa che tutti i big della Silicon Valley, da Facebook ad Amazon, stanno effettuando.
Come funziona l’Assistente? Con estrema semplicità: per attivarlo bastano due parole – «Hey, Google» o «Ok, Google» —: e tutto quel che resta da fare è chiedergli qualsiasi cosa, usando le stesse parole che si usano in una conversazione normale: «Devo prendere l’ombrello, oggi?». «Quanto impiegherò per arrivare al lavoro?». «Suonami quella canzone che fa così...». L’Assistente non è solo in grado di fornire una risposta: sa fare quel che gli si chiede. Può accendere le luci di casa, controllare se i voli prenotati sono in orario, scrivere un messaggio per noi e inviarlo. «Non solo, l’assistente ricorda quel che gli hai chiesto. È il tuo assistente. E capisce il contesto: come in una conversazione tra umani», spiega al Corriere John Giannandrea, vice presidente della divisione Search di Google. La società ha messo l’intelligenza artificiale al centro di un intero sistema, con almeno tre pilastri. Il primo è un telefonino, Pixel: per attivare l’Assistente basta schiacciare il tasto centrale. Il secondo è Allo – una chat, come WhatsApp o Telegram —, ma con tre caratteristiche distintive: la possibilità di «interrogare» l’Assistente mentre si sta parlando con gli amici (per chiedere dritte sui ristoranti, ad esempio), la capacità di «leggere» le immagini (è bastato scattare una fotografia di Alcatraz perché capisse che cosa fosse) e quella di «imparare» il nostro linguaggio, suggerendoci di rispondere ai messaggi con le frasi che usiamo di solito. Il terzo è Google Home: «Un oggetto pensato per stare nelle case di tutti», racconta Richi Chandra, che lo ha fatto nascere. Basta parlargli, perché l’Assistente (qui in versione maggiordomo) entri in azione.
Questo sistema è già operativo negli Usa, sta per sbarcare in altri Paesi, sarà disponibile in Italia «crediamo nel 2017», spiega Jason Cornwell, il papà di Allo. Il punto – ci dice Ryan Germick, l’uomo che ha dato all’Assistant la sua personalità – è che «occorre fare in modo che l’intelligenza artificiale capisca perfettamente la lingua del Paese dove ci si trova. Di più: che ne colga le sfumature, la usi con humour».
L’obiettivo è uno, chiarissimo. «Mia mamma, quando viene a trovarmi, cerca la strada su Google Maps: poi stampa le cartine. Vuol dire che noi abbiamo sbagliato qualcosa. Che le abbiamo fatto pensare che la tecnologia è difficile. Con l’Assistente può dire: “Portami da Ryan”. E milioni di persone che non sanno leggere avranno accesso all’intelligenza artificiale. Così la tecnologia è alla portata di tutti». Il futuro è già qui.