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 2016  dicembre 22 Giovedì calendario

Alle prove con Petrenko, il direttore che fa suonare i violoncelli come nebbia

Forse è questo il carisma del direttore d’orchestra. È rivolgersi alla fila dei violoncelli in un passaggio del primo movimento della Patetica di Cajkovskij e chiedere di «suonarlo come nebbia». Nebbia? «Come Debussy, come impressionismo». Sei parole in tutto. I celli attaccano e, magia, il suono è cambiato. È diventato impressionista, ricorda Debussy. E se la nebbia ha un timbro, è questo.
Kirill Petrenko è la maggior novità della musica classica degli ultimi anni. Classe ’72, russo naturalizzato austriaco, ha fatto sfracelli su tutti i podii dov’è salito, compreso l’attuale, all’Opera di Monaco. La consacrazione l’anno scorso, quando i Berliner l’hanno eletto direttore musicale, successore di Karajan, Abbado e Rattle. Loro pensavano al 2018. Lui ha annunciato che avrebbe iniziato nel ’19-20.
Come se un cardinale diventasse Papa ma chiedesse un rinvio. Attenzione: Petrenko non è un prodotto di marketing pompato da una major discografica (anche perché non ce l’ha) e dal «marketting» critico. Non è fotogenico né bravo con i giornalisti. Non solo ha la stessa faccia che avrebbe Mickey Mouse se si facesse crescere la barba, ma non va in tivù, non convoca conferenze stampa e non dà interviste, mai e a nessuno. È solo mostruosamente bravo.
Assistere alle sue prove serve a capire perché. In questi giorni superKirill è a Torino, per due concerti, stasera e domani, con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai: in programma, oltre alla Patetica, la Haffner di Mozart. E qui bisogna raccontare anche la storia del suo rapporto con l’Orchestra Rai, tipica degli schemi mentali di un direttore che li ha diversi da tutti gli altri.
Quando Petrenko arrivò per la prima volta a Torino era il 2001 e l’occasione tragica: Giuseppe Sinopoli era appena morto sul podio e per dirigere il Rosenkavalier l’allora direttore artistico Daniele Spini chiamò quel ventinovenne di cui nessuno aveva mai sentito parlare, anche perché non parlava mai. Fu un trionfo, bissato l’anno seguente con una memorabile Leningrado di Sostakovic e nel ’13 da una selezione dell’Anello del Nibelungo, proprio prima che lo dirigesse (splendidamente) a Bayreuth. Oggi il direttore musicale designato dei Berliner riceve molti più inviti di quanti possa accettare. Però Petrenko con la Rai si trova bene e ha chiesto lui di tornare a Torino.
Eccolo qui, allora. Sneaker nere, pantaloni idem, polo idem idem. Parla un italiano imperfetto ma saporoso, quando gli mancano le parole passa all’inglese. Con gli orchestrali è gentilissimo («Molto bene», «Grazie», sempre «Vorrei» e mai «Voglio») ma, appunto, carismatico. Dice le cose una volta sola e le ripete al massimo un’altra, perché ottiene subito quel che vuole.
Ogni tanto, indicazioni un po’ all’antica: «Suonate come se ricordaste il primo amore», «Qui come un leone ferito», oppure (ai fiati): «Per favore, questo grottesco, sarcastico». E immediatamente si sente in Cajkovskij il Prokof’ev che verrà. L’Allegro vivo? «Io darò l’attacco così e you play come una coltellata». Il gesto non è spettacolare ma chiarissimo (se hai un gesto confuso o sei Furtwängler o un impostore), la conoscenza della partitura mostruosa. «Un musicista e una personalità incredibile», spiega Alessandro Milani, primo violino, già spalla quando Petrenko si materializzò la prima volta: «Ci accorgemmo subito che era uno dei maggiori direttori del mondo e la sua carriera fulminea l’ha confermato. Conosce alla perfezione non solo la partitura, ma anche la parte di ogni singolo strumento. Per noi dell’orchestra, che abbia chiesto di tornare è un grande riconoscimento». Per noi pubblico, credete, un’occasione da non perdere.