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 2016  dicembre 22 Giovedì calendario

Un tunisino alla guida del Tir killer. Rete di complici dietro la strage

Sapevamo già tutto di lui. Anche se cambiava nome in continuazione, usava sei identità diverse, tre nazionalità, indirizzi di casa sparsi per mezza Germania. Non era ancora il terrorista armato e ferito che adesso si sta nascondendo da qualche parte, eppure lo conoscevamo. «Probabili legami con l’Isis, soggetto pericoloso» lo avevano classificato i servizi di sicurezza tedeschi il 5 febbraio del 2016. Era nell’elenco dei 549 estremisti da tenere sotto stretta osservazione. Sapevamo che Anis Amri nato a Ghaza, Tunisia, il 22 dicembre 1992, così come è stato ufficialmente identificato, stava progettando un attentato in Germania. E secondo fonti d’intelligence non era un lupo solitario, ma parte di una cellula addestrata. Anche a questi complici stanno dando la caccia in queste ore.
Oggi è il suo compleanno. Ventiquattro anni. Il governo tedesco offre 100 mila euro a chiunque sappia fornire indicazioni utili per la cattura. Lo cercano a Friburgo, a Dortmund e qui a Berlino. C’era il suo documento sul camion della strage al mercatino di Natale. C’erano anche, evidentemente, altre tracce che hanno fatto venire meno la tradizionale prudenza degli investigatori tedeschi. Anis Amri è ricercato in tutto il mondo. Hanno stampato il suo viso su un mandato di cattura internazionale. È una fuga che ricorda quella di Salah Abdeslam, l’unico terrorista sopravvissuto del commando entrato in azione a Parigi. E ancora una volta, purtroppo, questa caccia all’uomo interroga i sistemi di sicurezza di tutta Europa. Perché non solo Anis Amri era noto, ed era in quell’elenco, il fatto è che la polizia voleva espellerlo dalla Germania proprio per ragioni preventive. Ma non è stato possibile farlo. Perché?
La Tunisia non riconosceva Anis Amri come suo cittadino. Problemi di identificazione. C’è stata una lunga trafila burocratica, accertamenti durati mesi sulla sua identità, lentezze. Il documento che ufficializza le generalità di Anis Amri è arrivato soltanto ieri: una beffa atroce. E mentre le diplomazie erano al lavoro, lui si radicalizzava sempre di più, cambiava nome, indirizzo, riusciva a rendersi irreperibile. Così come è sempre riuscito a fare. Anche in Italia, dove ha inizio questa storia.
Anis Amri sbarca a Lampedusa nel 2011, l’anno della Primavera Araba. Si dichiara minorenne, ma aveva 18 anni. Finisce in carcere per un incendio che devasta una scuola. Passa quattro anni fra Catania e Palermo, alla fine dei quali riceve – mentre è al Cie di Caltanisetta – un decreto di espulsione. Ma il provvedimento non viene eseguito. Riesce a dileguarsi, viaggia attraverso l’Europa e ricompare in Germania. È luglio del 2015. Anis Amri ha documenti falsi. A Dortmund frequenta la moschea dell’estremista salafita Boban S. Entra in contatto anche con il predicatore Ahmad Abdulaziz Abdullah, detto Abu Walaa, definito da un suo ex seguace in maniera inequivocabile: «Lui è il numero uno dell’Isis in Germania». Ed è anche questo un paradosso: perché a novembre arrestano sia Boban S sia il predicatore. Sono entrambi accusati di aver creato una rete jihadista-salafita, con il compito di reclutare combattenti da mandare in Siria al fianco dell’Isis. Ma l’allievo Anis Amri, assieme ad altri, resta libero e non parte. Si trasferisce a Berlino, dove viene conosciuto come «piccolo spacciatore» al Görlitzer Park. Ritiene più utile entrare in azione qui. Può contare su appoggi e denaro. Dunque non è l’unico ricercato. Da novembre scompare dai radar. Un caso di scuola, il suo. In cui contemporaneamente si avverano tutte le previsioni dell’intelligence e vengono meno tutte le garanzie di sicurezza, una dopo l’altra, da Lampedusa a Berlino.
Adesso gli danno la caccia ovunque. Lo considerano armato e ferito. Sapevamo già prima della strage al mercato di Natale che era «estremamente pericoloso», così come i servizi di sicurezza ribadiscono ora nel mandato di cattura. Se il conto dei morti lunedì sera si è fermato a dodici, lo si deve solo al camionista polacco Lukasz Urban. L’autopsia ha messo in evidenza quello che è accaduto durante il dirottamento del Tir. Lui ha lottato con tutte le sue forze, cercando di deviare la traiettoria del mezzo, prima di essere ucciso a colpi di pistola.
La fuga nella città di Anis Amri ferito è un altro mistero. Suo padre è stato intervistato ieri sera da un giornalista dell’agenzia Afp. «Non posso credere ai miei occhi, non posso credere a questa foto», ha detto Abdekader Amri. Abita in un paese al centro della Tunisia chiamato Oueslatia. Lui e la figlia Najoua aveva contattato recentemente Anis Amri via Facebook: «Era sempre sorridente e felice! Sembrava che tutto andasse bene. Non abbiamo mai pensato che avesse qualcosa di sbagliato. Siamo sotto choc. Ma se davvero è stato lui, è giusto che paghi con il massimo della pena. Noi rifiutiamo il terrorismo».
Berlino sta dando una prova impressionante di forza e normalità. Non vuole rinunciare a se stessa. Le strade sono piene. Il mercatino della strage potrebbe riaprire in questi giorni. Berlino capitale di cultura, integrazione e libertà. Anis Amri non aveva alcun diritto di vivere qua.