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 2016  dicembre 22 Giovedì calendario

Golshifteh Farahani, dalla Persia ai Caraibi

«Quante prove deve superare un tronco per diventare violino?», dice Golshifteh Farahani con la sua voce calma e dolente. Sintetizza in metafora la traiettoria inaspettata che la sua vita, personale e professionale, ha preso negli ultimi anni portandola da Teheran (dov’è cresciuta in una famiglia di artisti, attrice famosa e amata) a Parigi, dove si è rifugiata in esilio, sgradita al governo iraniano. Prima per un tappeto rosso senza velo alla presentazione di Nessuna verità di Ridley Scott con DiCaprio, poi ancor di più per aver posato a seno nudo in una campagna che denunciava gli abusi contro le donne. Musa del cinema indipendente (Come pietra paziente, A proposito di Elly) traghettata al kolossal da Scott ( Nessuna verità e
Exodus con Bale) in questi giorni Golshifteh Farahani porta in sala Paterson di Jim Jarmusch e lavora alla post produzione dell’ultimo Pirati dei Caraibi (La maledizione di Salazar). «Sono travolta. Non mi fermo da nove mesi», sospira, «ma più che la fatica fisica, è la confusione...», dice. Jarmusch l’ha voluta a ogni costo, per interpretare la compagna dell’autista poeta Paterson, una giovane donna che insegue con inesauribile energia la propria creatività.
Com’è finita nel mondo di Jarmusch?
«Mi ha contattato tramite Skype. Qualche mese dopo, ero in Australia sul set di Pirati dei Caraibi, mi chiama: “Benvenuta nel film”. Mi ha presa senza nemmeno incontrarmi. Un sogno, era il mio idolo da bambina. E mi piace il personaggio, questa ragazza capace di rendere la vita più bella, giorno dopo giorno».
Che rapporto ha con la poesia?
«L’Iran è il paese della poesia: nasciamo, moriamo, viviamo tra i versi. La poesia per me è acqua e ossigeno. La vita senza poesia sarebbe arida. La sua grandezza si esprime proprio nel trarre versi straordinari dai momenti quotidiani, trasformare la vita in bellezza. Spero che Paterson sia d’ispirazione, che aiuti chi lo guarda a trovare la bellezza nelle cose apparentemente banali».
Che poesia leggeva da bambina?
«Mio padre è un grande scrittore, mi ha insegnato tutto. Amo Rumi, ma quella che mi ricordo di più è Hafez: in Iran i suoi versi appartengono alla vita di tutti noi. Nei momenti importanti della vita l’arte di Hafez ti è vicina. Quando nasce un bambino per trovare il nome si apre il libro di Hafez e il libro risponde».
Lei riesce veramente a trovare poesia nel quotidiano?
«In fondo è la capacità di vedere cose che per altri non valgono nulla. L’immagine semplice di un uomo che attraversa la strada. Ma per farlo devi essere presente. Il grande problema di questi tempi è che siamo sempre con la mente altrove e non vediamo quel che ci sta davanti. Trovare la poesia nell’uomo che attraversa la strada, ecco che fa Jarmusch».
Lei scrive?
«Sui miei social privati, per i miei amici. Non sono poesie anche se i miei amici le chiamano così. Da poco ne ho scritta una sulla fatica. È piaciuta a molti, e sentire che ero riuscita a trasmettere un’emozione mi ha reso felice».
In famiglia siete tutti artisti.
«Sono cresciuta in un ambiente pazzo, divertente. Ho avuto un’infanzia straordinaria e un’adolescenza bellissima al conservatorio di musica. Sopratutto, venire da una famiglia di artisti mi ha permesso di esprimermi per ciò che sono. Sarò grata per sempre ai miei genitori di avermi dato queste opportunità».
Lei si sente più una ragazza iraniana o europea?
«Né l’una né l’altra. Sono un individuo, una donna, un’artista. Non appartengo a nessuno. I luoghi in cui nasci ti regalano un’identità, non quello che sei veramente. Quello lo costruisci da sola. Mi considero una cercatrice di verità e, attraverso quella, della mia identità».
Il momento più difficile della sua vita?
«Ne ho avuti molti. Il più difficile è stato quando sono partita dall’Iran e ho capito che non sarei potuta tornare. L’esilio mi sembrava la morte. Ho sofferto molto. Perfino mio padre, quando c’è stato lo scandalo per le mie foto ha vacillato, lui che ha il coraggio di un leone, un regista di teatro comunista e dissidente sia sotto lo scià che Khomeini, era sotto shock, la società iraniana si è spaccata» Poi però il divo iraniano Javad Hashemi ha detto in televisione che sarebbe giusto che lei potesse tornare...
«Sono sicura che non sarei la benvenuta in Iran. Lo sono per la gente, non per il governo. Anche se non ho mai fatto nulla di politico. È che sono una donna. Se fossi un uomo e avessi fatto le stesse cose oggi avrei una vita facile piena di soldi, gloria, onore, e persino il rispetto del governo. Se sei una donna tutto si trasforma in qualcosa d’altro».
Vive in Francia da molti anni. A Parigi l’atmosfera è cambiata?
«Venivo qui anche prima dell’esilio, ma negli ultimi quindici anni la città è cambiata molto. È triste. È una città forte, ma l’atmosfera è pesante. Ma io non vivo proprio a Parigi, nella capitale sono sempre di passaggio, non mollo mai la valigia. Vivo lontano dal caos del centro, mi piace la campagna, la natura».
Com’è stata l’avventura australiana dei “Pirati dei Caraibi”?
«È durata tre mesi e mezzo, un bel viaggio. Anche perché in mezzo c’è stata una pausa di tre settimane. Johnny Depp è dovuto partire per un problema... Il mio è un personaggio misterioso: sei ore di trucco al giorno, una tortura. Devo dire che a un certo punto ho iniziato a sentire l’isolamento. L’essere in un continente così grande e tanto lontano dal resto del mondo mi dava un senso di claustrofobia. Ma ho avuto momenti belli, visto posti magnifici, conosciuto colui che oggi è mio marito...».