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 2016  dicembre 22 Giovedì calendario

L’alchimia dello Stradivari

Il segreto degli Stradivari potrebbe essere anche il loro punto debole. Da decenni la scienza cerca di capire perché questi strumenti siano così amati dai grandi violinisti. Uno studio su Pnas ha svelato che il legno veniva imbevuto in un bagno chimico di alluminio, calcio, rame, sodio, potassio e zinco. Lo scopo era tenere lontani funghi e tarli, ma le reazioni chimiche di questa soluzione con il legno di acero potrebbero essere da un lato all’origine di un suono così speciale, dall’altro potrebbero aver accelerato la decomposizione del legno. «Siamo preoccupati – scrive l’autore della ricerca Hwan-Ching Tai – che questo processo possa andare avanti col tempo e portare a un cedimento strutturale».
Quella pubblicata da Tai – un neuroscienziato dell’Università di Taiwan con la passione per la musica – è l’ennesima ricerca che tenta di scandagliare i segreti degli Stradivari (quattro gli strumenti studiati, oltre a un Guarneri). Fra le ipotesi avanzate in passato: una formula segreta per la vernice o la coincidenza di una piccola era glaciale che avrebbe reso più solida la struttura molecolare degli alberi. Un trattamento chimico simile a quello descritto da Tai era già stato osservato nel 2007 da Joseph Nagyvary, un biochimico dell’università del Texas. L’idea può anche sposarsi con l’ipotesi che i tronchi di acero e abete tagliati sulle Alpi orientali venissero trasportati via fiume fino alla Laguna Veneta, impregnandosi lì di acqua salata. Sta di fatto che nessuna di queste pratiche oggi esiste più. E questo potrebbe spiegare la differenza fra violini antichi e moderni.
I preziosi strumenti sono stati sottoposti da Tai a complesse analisi (dalla luce di sincrotrone alla risonanza magnetica). Ed è possibile che il dato sulla decomposizione del legno (un terzo dell’emicellulosa, uno dei “mattoni” che compongono le fibre vegetali, è andata ormai distrutta) sia attribuibile proprio al trattamento chimico. Questa pratica, anche all’epoca, era assai poco diffusa nel mondo della liuteria e resta oscura nei dettagli. Non è chiaro nemmeno se gli autori fossero gli artigiani dei violini o direttamente i taglialegna. Fra le ipotesi del gruppo di Taiwan c’è comunque quella che il bagno di sostanze chimiche abbia ridotto il contenuto di umidità nei violini e accelerato l’ossidazione di un altro composto chimico, la lignina. Se il primo fattore può aver contribuito a un suono migliore, il secondo rischia di accelerare la decomposizione degli strumenti.
«Il segreto di Stradivari probabilmente non è uno solo, ma è fatto di molti elementi» è la tesi di Paolo Bodini, presidente della fondazione Friends of Stradivari, direttore per la liuteria del Museo del Violino ed ex sindaco di Cremona. «Era proverbiale la sua capacità di scegliere il legno e di leggerlo, come dicono i liutai. Cioè di lavorarlo per far rendere al massimo le sue caratteristiche. Anche la vernice e la tecnica di asciugatura erano probabilmente molto curate. In una parola, Stradivari era un grande artigiano».
Sulla possibilità che sia la scienza a penetrare nei segreti degli Stradivari, Bodini è ottimista. «Tant’è – spiega – che al museo abbiamo due laboratori di ricerca, uno sullo studio dei materiali con l’università di Pavia e uno di fisica acustica con il Politecnico di Milano. Ma non si può nemmeno negare che ogni strumento nasca con una sua personalità. Né che gli artigiani di oggi si sforzino al massimo per eguagliare le buone pratiche seguite un tempo da Stradivari. Credo che con il tempo emergerà lo straordinario valore di alcuni liutai contemporanei».
Anche se suonare un violino antico è l’ambizione di ogni musicista, resta aperto uno spiraglio anche per l’ipotesi che il segreto degli Stradivari semplicemente non esista. Sempre Pnas, nel 2013, fece un test su 10 fra i migliori violinisti del mondo, chiedendo loro di suonare 12 strumenti: 6 moderni e 6 antichi (tra cui due Stradivari e un Guarneri) senza conoscerne l’identità. Chiamati a dare un giudizio alla qualità dei violini, sei su dieci avevano dato il voto migliore a uno strumento moderno. Su di uno, in particolare, si erano concentrati gli apprezzamenti dei virtuosi. Sarà il suo legno, chissà, a essere analizzato un giorno come lo Stradivari del futuro.

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Anche la musica si evolve. Un ritmo che all’inizio è caotico finisce presto per trasformarsi e ricadere in uno di quegli “universali musicali” che permeano le culture del mondo. In un esperimento semplice e limpido, l’hanno dimostrato 48 ragazzi con un tamburo all’università di Edimburgo. Qui il matematico e biologo italiano Andrea Ravignani ha generato al computer 12 ritmi completamente casuali, senza regolarità né gradevolezza. Ai ragazzi col tamburo (semplici appassionati di musica, senza particolare esperienza) è stato chiesto di riprodurre la sequenza caotica. Un secondo esecutore, senza conoscere la sequenza originaria ma semplicemente ascoltando la riproduzione del primo, doveva a sua volta copiare la musica e ritrasmetterla a un terzo percussionista. Dopo otto passaggi la sequenza caotica iniziale era andata persa e si era evoluta in uno dei ritmi “universali” che gli antropologi hanno individuato in passato (come valzer e marce per esempio). Alla fine del passaparola, i tamburi suonavano ritmi più gradevoli, regolari e facili da ricordare, ha spiegato Ravignani sulla rivista Nature Human Behaviour. Il limite nella creazione di architetture musicali complesse e irregolari potrebbe essere la nostra memoria, in particolare quella a breve termine che i percussionisti usavano nel tentare di riprodurre il ritmo appena ascoltato. Non è escluso però che a influenzare l’evoluzione delle sequenze in laboratorio fossero quei gusti musicali che ognuno di noi si è formato durante la vita. Per controllarlo, Ravignani e i suoi colleghi proveranno a studiare l’evoluzione del gusto musicale in persone di diversa origine geografica, negli indigeni, nei bambini molto piccoli e perfino in animali come primati o foche, in cui è stato scoperto un discreto senso del ritmo.