Il Messaggero, 22 dicembre 2016
Deledda, appassionata e selvaggia
Revival Deledda: finalmente torna sulla scena la grande scrittrice rimossa. Premio Nobel per la letteratura giusto novant’anni fa: la seconda a vincerlo dopo Selma Lagerlöf, come ricorda all’inizio di un accurato racconto biografico Rossana Dedola (Grazia Deledda. I luoghi gli amori le opere, Avagliano): «Gor’kij la considerava, insieme alla collega svedese, la migliore scrittrice in un periodo in cui a pubblicare erano anche Virginia Woolf e Katherine Mansfield». Passa invece nella vulgata erronea e misogina per autrice sentimentale: tutt’altro. «Anima che si appassiona ai problemi della vita e che lucidamente vede gli uomini», così si definiva. Primitiva, selvaggia, sì, ma per niente ingenua (grazie a Federigo Tozzi le arrivano cenni di analisi junghiana), ostinata: quando vengono pubblicati i suoi primi scritti, in famiglia, a Nuoro, si profetizzano sventure.
«Le zie racconta Dedola , due donne anziane e analfabete che bruciavano i fogli con le figure di peccatori e di donne maledette, si precipitarono a casa sua spargendovi il terrore delle loro critiche». Grazia non si mette a inseguire «i buoni sentimenti», quelli fondativi della nuova Italia, come pure le viene suggerito: con le collaborazioni giornalistiche nutre la propria attenzione alla realtà, anche quella più brutale; si costruisce da sé un orizzonte intellettuale, intrattiene rapporti epistolari, ma spesso si sminuisce: «Per ora si accontenti di sapere che se non sono bella, colta, elegante come le scrittrici del continente, non sono neppure come lei mi dice siano esse: sono ancora una bambina, una fanciulla molto fantastica che i libri, la noia, la solitudine hanno reso donna innanzi tempo».
A volte le lettere diventano storie d’amore, piccole o immense illusioni che lei spera somiglino a un destino alternativo, a un’altra vita. Di Deledda, il libro di Dedola ricostruisce un profilo anche emotivo: le ansie, le ambizioni, i desideri e le delusioni vivono in una fitta corrispondenza che attraversa l’Italia e l’Europa. Nell’aprile del 1900, ormai sposata, raggiunge Roma e va ad abitare al numero 50 di via Modena: «La vita di Roma scrive è molteplice e intensa, e la si afferra dal lato che si vuole: il bel cielo, i solenni orizzonti romani, sono pieni di immagini luminose, di sogni di lavoro, di gloria, di gioia, di vita». I suoi romanzi vengono tradotti in altre lingue, l’attenzione al suo lavoro cresce; frequenta i salotti, collabora con i grandi giornali: «Alcuni dei miei amici si stupisce vogliono propormi per il premio Nobel!». Lei non perde tempo: «lavorava tantissimo scrive Dedola , avrebbe avuto bisogno di una giornata di trentasei ore». Il Nobel arriva nel 1926.
INCREDULITÀ
Maria Elvira Ciusa, nel suo Grazia Deledda. Una vita per il Nobel (Delfino editore), ricchissimo di immagini, evoca il momento in cui la notizia raggiunge la scrittrice: «Si trovava nella casa di Roma. Erano le otto di sera e aveva preparato, come sempre, la cena per la famiglia. Il giornalista Corrado Sofia, inviato dalla Fiera letteraria, si era fatto aprire il cancello della villa ricorrendo a un sotterfugio, data l’ora insolita. Trovò la Deledda a tavola con i suoi familiari, la vide poco incline a credere alla notizia che già circolava sul conferimento». Poco più avanti avrebbe ammesso di essere orgogliosa per sé e per il proprio paese, e spiegò che comunque avrebbe continuato a lavorare, «lavorare sempre come ho fatto fino ad oggi. Lavorare con coscienza, non per mestiere. Per mestiere, posso vantarmi, mai ho scritto una riga. Sono stata in ogni momento presente a me stessa, per quanto oggi sia così difficile controllarsi, con tante preghiere che arrivano da tutte le parti: giornali, riviste, editori. Scrivo quando ne ho voglia. Allora dimentico un poco o, a volte me ne ricordo anche troppo di essere una donna di casa massaia nel puro senso della parola. Io bado a tutto, ogni cosa deve passare per le mie mani, come se non facessi che quello».
Eccola la voce di Grazia, finalmente sicura, autorevole: Marcello Fois la reinventa, o meglio la ricostruisce con fedeltà in un sorprendente testo teatrale appena uscito per Einaudi, Quasi Grazia (debutterà sul palcoscenico con Michela Murgia). A chi le rimproverava che passare tempo dietro ai libri le aveva procurato solo «macchighine» e cecità, finalmente Deledda risponde: senza mediare, senza fare sconti. Perché questo è uno scrittore, uno che «riflette e ti mette davanti a quello che sei, senza sconti. Sennò non è uno scrittore».