ItaliaOggi, 21 dicembre 2016
Una fabbrica Coca-Cola a Gaza
Nella Striscia di Gaza grandi cartelli annunciavano l’apertura, a fine novembre, del nuovo stabilimento della Coca-Cola creata nell’enclave palestinese. La fabbrica, dove la produzione è stata avviata da aprile, dà lavoro a 120 persone ma genererà 1.200 posti di lavoro indiretti quando funzionerà a pieno regime, contando anche i camion con le insegne del marchio bianco e rosso di Coca-Cola che transiteranno per le vie di città e villaggi dell’enclave.
Una buona notizia, rara per il paese sinistrato dal blocco israelo-egiziano e afflitto da un tasso di disoccupazione che supera il 40%.
Già solo per questo l’arrivo di un marchio così conosciuto su questo territorio povero oltre a essere importante per l’economia reale anche se, forzatamente, in misura limitata, costituisce un messaggio molto potente, secondo il responsabile dell’Agenzia delle Nazioni Unite, Bo Schak, che ha dichiarato a Le Figaro che «a sua memoria, mai prima del blocco del 2007 una multinazionale era stata rappresentata nella Striscia di Gaza».
Questo territorio fin dagli anni Novanta aveva ospitato molte società che commercializzavano prodotti europei e americani che progressivamente hanno chiuso negli anni 2000 a seguito dell’intensificarsi del conflitto tra la fazioni armate palestinesi e l’esercito israeliano. L’attentato del 2003 contro un convoglio americano, nel quale persero la vita un diplomatico e tre membri della scorta, ha accelerato la fuga. E la presa del potere da parte di Hamas, quattro anni più tardi, ha fatto il resto.
La fabbrica della Pepsi in franchising, gestita da un palestinese installata a Gaza all’inizio degli anni ’60, era rimasta l’unica rappresentante di una società americana e ha continuato a operare in tutti questi anni. L’arrivo della Coca-Cola viene descritto come un passo molto coraggioso. La Coca-Cola, come la Pepsi, è molto popolare nella Striscia di Gaza dove il consumo di alcolici è vietato da Hamas. Finora la Coca-Cola nella sua versione palestinese è stata prodotta in tre fabbriche in Cisgiordania dalla società Nbc che beneficia dal 1998 di una franchigia da parte del gigante Usa.
Fabbricando direttamente a Gaza Coca-Cola ridurrà i costi e garantirà un approvvigionamento costante, anche in caso Israele dovesse decidere di ristabilire il blocco totale, come accadde tra il 2007 e il 2010.
Prima di arrivare nella Striscia di Gaza con la sua nuova fabbrica, Coca-Cola ha ottenuto il via libera dallo stato ebraico per importare le sue attrezzature dalla Germania, e le sue materie prime dalla Giordania, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti, la Spagna e la Francia, dove sono fabbricati i tappi.
I dirigenti di Coca-Cola non vogliono avere nessun rapporto con Hamas, cui non verrà pagata nessuna forma di tassa, secondo quanto ha dichiarato a Le Figaro, Yasser Arafat, omonimo del defunto presidente e direttore della nuova fabbrica Coca-Cola. La delegazione di dirigenti esteri è stata scortata da una società di sicurezza privata per evitare contatti con le autorità locali in maniera tale da prevenire situazioni imbarazzanti. E gli ospiti invitati alla cerimonia di inaugurazione sono stati accolti da hostess che non portavano il velo, cosa assai rara.
Coca-Cola, per mostrare di non essere indifferente alla grande povertà di questo territorio ha annunciato che finanzierà per 1,3 miliardi di dollari, con l’aiuto della Ong Mercy Corps, una fabbrica per la desalinizzazione dell’acqua in maniera da alimentare i 25 mila abitanti del campo dei rifugiati di Maghazi e un programma di formazione per i giovani di Gaza. Inoltre, ha messo a disposizione una collezione di libri per i bambini in tre ospedali dell’enclave.