ItaliaOggi, 21 dicembre 2016
De Mita junior: «Ricostruisco la Dc»
Giuseppe De Mita, 48 anni, nipote di Ciriaco, non ha dubbi: la politica italiana ha bisogno di una nuova Dc. E col placet dell’ex potente zio, che a 88 anni è sindaco di Nusco e ha partecipato attivamente alla campagna elettorale referendaria per il No, ha rotto con Angelino Alfano e con Pierferdinando Casini, rei di essere troppo legati a Matteo Renzi e al Pd, e con un gruppo di accoliti ha deciso di rifondare l’Udc, creatura un tempo casiniana che anche nel simbolo si richiamava alla Dc.
Il fidanzamento tra Udc e Ncd è naufragato e il gruppo parlamentare che aveva suggellato l’idillio, Area Popolare, ha perso il gruppetto con alla testa De Mita junior tra lo sventolio di bandiere scudocrociate. Dietro al condottiero se ne sono andati Rocco Buttiglione, Paola Binetti, Angelo Cera e il senatore Antonio De Poli.
De Mita è stato nominato vicesegretario dell’Udc poiché il titolo di segretario spetta a Lorenzo Cesa, un tempo alter ego di Casini, poi «traditore» (da tempo aveva salutato Alfano & Co). La nuova legge elettorale, sperano i fuoriusciti, non prevederà sbarramenti significativi per l’ingresso in parlamento e col proporzionale tutti i giochi sono possibili, quindi si potrà azzardare la scommessa delle urne puntando a un centrismo che non si schiera apertamente né con la sinistra né con la destra, anche se il cuore batte più per Stefano Parisi che per Paolo Gentiloni.
Ma il bello è che hanno già incominciato a bisticciare coi possibili alleati del centrodestra poiché loro, a differenza di Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Renato Brunetta, sono contrari alle elezioni a breve: «Vi è un’urgenza di messa in sicurezza sociale- hanno scritto. –È irresponsabile fare precipitare il Paese verso il voto».
A chi fa notare che per molto tempo essi hanno goduto della vicinanza al governo e della militanza in Area Popolare, rispondono che «Alfano da tempo ha trasformato in sudditanza nei confronti di Renzi quella che per noi è stata ed è un’alleanza leale con il Pd».È poi singolare il fatto che lo strappo col governo, e quindi con il Pd, avvenga su iniziativa dei De Mita, avellinesi doc (il nipote è stato eletto in quel collegio), che a livello regionale sono nella giunta a maggioranza Pd guidata da Vincenzo De Luca. In politica è veramente difficile districarsi tra gli slalom dei protagonisti. Infatti il numero totale dei cambi di gruppo da inizio legislatura, dopo l’addio del gruppetto ad Area Popolare, sale a 387, di cui 212 alla Camera e 175 al Senato. Dalle politiche del 2013 ogni mese 9 parlamentari hanno cambiato gruppo. La scelta di De Mita e dei suoi è quindi solo l’ultimo anello di una lunga catena che non è detto finisca qui.
Comunque è incominciato il difficile lavoro di ridare vita alla Dc. Dice De Mita: «C’è bisogno, al di là delle distinzioni sul referendum, di un lavoro di ricomposizione specie all’interno dell’area del cattolicesimo popolare e di ceti medi e popolari che miri alla costruzione di un soggetto politico credibile. Per questo facciamo appello a noi stessi e a quanti, tra parlamentari e movimenti nella società civile, colgano come noi la rilevanza di questo passaggio».
Ci vuole tempo. Perciò le elezioni anticipate sarebbero una iattura. «Quanto al referendum- aggiunge De Mita- nessuno può attribuirsi un risultato: né i vincitori, né gli sconfitti. L’esito del 4 dicembre è la reazione di una società stanca, smarrita e priva di riferimenti certi. Per questo l’idea di far precipitare il Paese verso il voto appare più il segno di una reazione emotiva alla sconfitta che un disegno politico utile all’Italia».
Il primo a rispondere all’appello è Nicola Battista, consigliere comunale ad Avellino, in Forza Italia dal 1994. Dice: «Ho fondato Forza Italia nel 94 ad Avellino, insieme ad alcuni amici, e ci sono rimasto fino a che si poteva seguire Silvio Berlusconi. Le sue vicende personali, infatti, mi hanno fatto poi capire alcune cose e mi sono ricreduto. Tanti capi, troppi, sono passati da Forza Italia. I continui litigi tra i dirigenti hanno acceso in me l’interruttore. Ora ho chiesto di entrare nell’Udc proprio per trovare quelle risposte che fino ad oggi non ho ottenuto in Forza Italia».
Giuseppe De Mita ha anche un suo braccio destro, il parlamentare pugliese Angelo Cera che lo definisce addirittura «stella del partito e pilastro della nostra strategia congressuale». Spiega Cera: «Siamo scomparsi dalla cartina geografica della politica perché in questo meccanismo che l’ha svilita qualcuno ne ha approfittato. Facciamole presenti queste cose se vogliamo costituire un’area popolare. Senza degenerare nel populismo come fanno quelli che pensano che basti mettersi in rete, fare dei circoletti, come si chiamano, per accelerare il loro arrivo in politica mentre noi veniamo dalla scuola di partito e, se mi consentite, siamo più affidabili».
De Mita vuole avviare una stagione congressuale per poi tentare di lanciare in grande stile la riunificazione dei cattolici. Anche se, a differenza dei tempi della Dc, ora il Vaticano non sembra interessato a tale disegno. In ogni caso lui ci proverà: «L’esito del referendum ha incrociato la nostra traiettoria. La questione vera è sfidare i tempi e noi l’abbiamo fatto. Adesso tutti scoprono che il bipolarismo in Italia non è mai esistito e che bisogna provare a costruire l’equilibrio politico partendo dalla pluralità dei partiti. Dopo l’esito del referendum è emerso che chi ha governato era scollegato dalla realtà tanto che oggi solo una banda di ragazzini viziati può pensare che il 40% ottenuto dal Sì appartenga a Renzi. Ora abbiamo una condizione di favore perché ci siamo mossi con un certo anticipo e dobbiamo giocare con intelligenza la nostra posizione, come abbiamo fatto anche in occasione della presa d’atto dell’incompatibilità con il Ncd che ci ha portato a lasciare i gruppi di Area Popolare».
C’è chi ha resistito al sogno della nuova Dc. Sono rimasti in Area Popolare (che cambia nome, da Area Popolare-Ncd-Udc ad Area Popolare-Ncd-Centristi per l’Italia) i parlamentari ex-Udc, Gioacchino Alfano, Raffaele Calabrò, Antonio Marotta, Giuseppe Esposito. Loro sono ancora fedeli a Casini, il quale, da politico di lungo corso, non sta a guardare le manovre di De Mita ma prende le contromisure. Se lui gli ha scippato l’Udc, Casini ha subito costituito Centristi per l’Italia, che nell’isola è diventato Centristi per la Sicilia con tanto di gruppo in consiglio regionale capeggiato da Gianpiero D’Alia. Dalla Sicilia il nuovo partitino dovrebbe espandersi alle altre regioni.
Dice Casini: «Abbiamo una tradizione, siamo alleati di Renzi, ma la nostra storia certamente non ha niente a che fare con quella del Pd. Dobbiamo essere artefici del nostro destino e in questo senso penso a una nuova forza politica. C’è la necessità di costruire un’area moderata e popolare molto forte che possa assicurare stabilità, governabilità e modernizzazione».
Casini e De Mita. In gara per arrivare primi al nuovo partito di centro, dal sapore democristiano. Chi taglierà il traguardo?