Il Messaggero, 21 dicembre 2016
Pontiggia e il mistero di scrivere
Confesso di avere avuto non poche esitazioni nello scrivere questo articolo, perché continuavo a chiedermi se quanto da me sostenuto avrebbe interessato qualcuno e se lo avrei scritto bene, secondo le leggi di un giornalismo utile e decoroso. Insomma, un imbarazzo che non avevo mai provato. E questo perché stavo per recensire un libro che raccoglie quanto detto da Giuseppe Pontiggia alla radio, tra maggio e luglio del 1994, sulle ragioni dello scrivere e sulle sue forme (Dentro la sera, pagine 309, euro 21, Belleville Editore, con CD allegato). Come potete vedere, l’articolo sono riuscito a scriverlo; e proprio perché ho messo in atto quel che Pontiggia dice nelle venticinque conversazioni.
Si scrive (quando si ha la presunzione di essere letti da altri) se si ha qualcosa da dire, usando la propria lingua per comunicare e non per dimostrare di essere bravi e colti. Si scrive per le stesse ragioni per cui si legge: cercare di capire il mondo, gli altri, dare un senso alle gioie e soprattutto alle sofferenze. Dice subito Pontiggia: «La mia prima opera è stata La morte in banca’. Rifletteva la mia esperienza; io sono stato costretto all’età di diciassette anni avevo abbreviato gli studi al liceo classico a entrare in banca per necessità economiche, essendo morto mio padre, e il contatto con la banca, cioè con un mondo di adulti che io credevo maturi, è stato traumatico». E qui (ma questo è un mio parere) si ricava la prima lezione: in letteratura la scrittura nasce quasi sempre dalla sofferenza, da uno stato d’animo che spinge a guardare dentro di sé e intorno a sé, per tentare di far luce sul mistero dei misteri: l’esistenza umana. Naturalmente Pontiggia, qua e là, sdrammatizza, e fa bene, perché riesce a dare alle sue lezioni anche un tocco di leggerezza («Mi viene in mente una battuta di Oscar Wilde che diceva: Il lavoro dello scrittore consiste al mattino nell’introdurre una virgola e al pomeriggio nel toglierla’»). E così, tra un consiglio saggio e riflessivo e una battuta spassosa e arguta, Pontiggia elenca le difficoltà dello scrivere (vale ripeterlo: quando si scrive perché altri leggano).
LINGUAGGIO
Intanto la differenza tra il linguaggio orale e quello scritto. Non è facile riprodurre su una pagina quel che esprime il corpo. Si parla anche col silenzio. «Noi comunichiamo attraverso molte modalità», ricorda Pontiggia. «Le pause, le esitazioni, gli sguardi sono modi in cui noi comunichiamo una gamma vastissima di emozioni, di reazioni». Ci sono poi, e ne abbiamo accennato, le motivazioni che portano a scrivere, quelle vere e che giustificano la nascita di un libro. Su questo Pontiggia, citando Kafka, propone un esempio drammatico: «Noi abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci colpisca duramente, come la morte di uno che amavamo più di noi stessi. Come se venissimo scacciati nei boschi, via da tutti gli uomini. Come la notizia di un suicidio, un libro dev’essere l’ascia per il mare di ghiaccio dentro di noi». Ma ecco subito alleggerire: «Una frase che ho sentito ripetere spesso è che il libro, in fondo, è un prodotto come una saponetta. Non è innocente questa frase, perché ne derivano conseguenze nell’ambito, per esempio, dell’editoria, dove vengono magari preposti alla cura dei libri direttori che si sono occupati di altri prodotti», come le saponette, appunto. Per questo si pubblica di tutto, anche panzane ben vestite, orfane di sintassi e grammatica.
LINGUAGGI
Pontiggia conversa sull’uso dei sinonimi, sulla differenza tra il linguaggio colto e quello corrente, sui linguaggi settoriali o specialistici, sulla retorica; e qui mostra una predilezione per il sofista Gorgia che non avrei immaginato: «Il più grande interprete della retorica antica, il maestro per eccellenza, può essere considerato Gorgia: un siciliano di Lentini che ha il coraggio di presentarsi nell’assemblea popolare degli Ateniesi e sfidarla, dicendo: Datemi un tema’. Come a dire che su qualsiasi argomento avrebbe saputo improvvisare un discorso persuasivo per l’uditorio». Lo scrittore (scomparso nel 2003) mette poi in guardia sull’uso degli aggettivi, degli avverbi e dei luoghi comuni che furono l’ossessione di Flaubert. Ed anche sui nomi propri dei personaggi e sull’uso della prima o terza persona. «Proviamo a immaginare se nei Promessi sposi’ Lucia si fosse chiamata Geltrude; non sarebbe stata una buona scelta», dice Pontiggia. «Lucia è un nome che va bene per il personaggio di Lucia». Interessante quanto si sostiene sugli incipit e le conclusioni di romanzi e saggi. Perfetti, secondo Pontiggia, inizio e fine di Horcynus Orca di D’Arrigo. «Il sole tramontò quattro volte sul viaggio e alla fine del quarto giorno, che era il quattro di ottobre del millenovecentoquarantatre, il marinaio, nocchiero semplice della fu regia Marina Ndrja Cambria arrivò al paese delle Femmine, sui mari dello Scill’e Cariddi». E in chiusura, dopo che una fucilata partita da una portaerei ha abbattuto Ndria: «La lancia saliva verso lo Scill’e Cariddi, tra i sospiri rotti e il dolidoli degli sbarbatelli, come un mare di lacrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo, dentro, più dentro dove il mare è mare». E dove la scrittura è scrittura, verrebbe da dire.