Corriere della Sera, 20 dicembre 2016
Com’è preziosa l’arte dello sparo. Nel santuario degli oggetti-culto
Le tante colline sinuose come seni, i pennacchi di fumi bianchi delle fonderie puntate verso il cielo azzurro della Valtrompia, e poi la storica villa di famiglia in stile eclettico dalle decorazioni floreali e il giardino all’italiana dalle geometrie di siepi. Ecco le coordinate paesaggistiche per trovare quel piccolo tesoro che è il museo del Gruppo Beretta.
Il 3 ottobre scorso, l’azienda giunta alla quindicesima generazione ha festeggiato i 490 anni, pubblicando un volume illustrato presentato alla Rizzoli di New York. Bisogna venire in questa fucina della Lombardia più operosa – la lavorazione dei metalli è antecedente all’invasione romana risalente al 200 a.C. – e florida di legnami e fonti di energia idroelettrica, per sfogliare con l’immaginazione il racconto dei quasi cinque secoli vissuti da quella che forse è la più antica industria italiana, membro emerito di Hénokiens, l’associazione che riunisce le più longeve famiglie di imprenditori di tutto il mondo.
Il primo ospite illustre giunto a Gardone fu Leonardo da Vinci, inviato a mo’ di spia dalla famiglia Medici per carpire le tecniche di lavorazione dei metalli della Valtrompia di cui nel Grand Ducato di Toscana si favoleggiava. L’ultimo è Donald Trump junior, primogenito del neo presidente americano.
In mezzo ci sono stati Buffalo Bill durante una tournée italiana del suo celebre «Wild West Show», il regista Sergio Leone che trascorse qui tre mesi per imparare tutti i segreti dei fucili, Maradona che ci portò tutto il suo Napoli, Tom Cruise che nei suoi film di azione fa sempre inserire una clausola in cui pretende che le armi utilizzate siano solamente Beretta. Anche George W. Bush e Vladimir Putin, che si fanno incidere rispettivamente il musetto dello scottish terrier di casa e il proprio viso sull’impugnatura, conoscono bene lo storico forziere degli armieri bresciani.
Il museo vero e proprio (visitabile solo su prenotazione, 2.600 ingressi nel 2016,di cui il 55% stranieri, provenienti in particolare da Stati Uniti e Gran Bretagna) è aperto al pubblico da appena tre anni, ma la collezione esiste sin dal 1880, per iniziativa e strategia commerciale di Giuseppe Antonio Beretta, che la mostrava ai potenziali clienti «vendendo» loro la storia della sua armeria prima ancora della mercanzia del tempo esposta nella sala successiva a quella dove si trova ancora oggi.
L’espressione «museo aziendale» è quanto mai appropriata per questo grande salone ottocentesco dai soffitti affrescati, le araldiche sui tendaggi, le teste di bufali americani imbalsamati, i vetri soffiati col simbolo aziendale delle tre frecce che fendono altrettanti cerchi ispirato dal celebre motto «dare in brocca», cioè colpire il bersaglio al centro, che era di Gabriele D’Annunzio.
«Oltre alle 4.500 nostre armi esposte dal valore assicurativo superiore a 5 milioni euro», spiega il curatore Jarno Antonelli, «anche le sale sono opera dell’azienda. Sono state le maestranze della fabbrica, infatti, le stesse che forgiavano i calci dei fucili, a realizzare le teche in noce, le colonne a torcione in acciaio damasco delle vetrine, a incidere le decorazioni in legno raffiguranti animali. Gli operai erano autentici artisti, come si denota dalle cesellature in ferro, gli intarsi su legno, le incisioni compiute sulle armi».
Anche al giorno d’oggi in cui la sensibilità nei confronti i di questi oggetti è cambiata, le pistole e i fucili della collezione Beretta riescono a irradiare un fascino immutato, come dimostrano gli sguardi degli studenti di ingegneria gestionale dell’Università di Brescia, intercettati durante la visita, meravigliati di fronte alle cinquecentesche pistole a ruota, alla 90 Diamond tempestata di 1190 diamanti, alla 92FS in avorio che vale 40 mila euro, ai fucili di Ernest Hemingway, al set da pistola da duello appartenuto al secondo presidente americano John Adams, realizzata dall’armiere di Luigi XIV.
Mentre sognano di impugnare la 418 usata da James Bond o toccare la fondina ricamata della modello 34 di Amedeo d’Aosta, questi ragazzi sono lietamente sorpresi dall’apparizione improvvisa del presidente Pietro Gusalli Beretta che li indirizza verso la sua preferita, una pistola mitragliatrice placata in oro ordinata da re Faysal d’Arabia per le sue guardie: «In questa sala c’è la storia della mia famiglia che da sempre vive per diffondere con fierezza nel mondo la tradizione industriale della nostra terra e dell’Italia».