Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2016  dicembre 20 Martedì calendario

Montepaschi, la terza volta del Tesoro a Siena

Domani sarà il giorno del giudizio per Mps. La strada appare comunque tracciata: l’aumento di capitale sul mercato, cui da mesi lavorano le banche d’affari JPMorgan e Mediobanca, appare sempre più in salita, l’intervento dello Stato – con i 20 miliardi che il governo chiederà al Parlamento – è sempre più probabile.
Se scatterà, si tratterà del terzo sostegno pubblico che Mps riceve in pochi anni. Si cominciò nel 2009 con 1,9 miliardi di Tremonti bond; seguirono nel 2012-2013 i Monti Bond per 4 miliardi (che comprendevano anche l’estensione dei vecchi Tremonti bond). Adesso però non si tratterà di un prestito ma di un aumento di capitale vero e proprio.
Due le possibilità: o un intervento «di mercato», cioè con il Tesoro che sottoscrive l’aumento non solo per il 4% del capitale che già possiede ma anche per una quota superiore – qualcuno dice fino al 20%, cioè per un miliardo – secondo il precedente del Portogallo con la banca Bcp; oppure con una «ricapitalizzazione precauzionale» secondo le regole Ue del «bail in» nel caso in cui l’aumento sul mercato non riuscirà. Di che cifra si parla in questa seconda ipotesi non è ancora definito ma potrebbe essere anche più alto dei 5 miliardi che Mps sta ricercando sul mercato.
Per Mps si profila dunque di fatto una nazionalizzazione, la prima in Europa sotto le nuove regole sulle banche. Ma nel caso di un aumento «precauzionale» prima sarà necessario convertire in azioni, in perdita, i bond subordinati, compresi quelli in mano a 42 mila piccoli risparmiatori secondo il principio Ue del «burden sharing», cioè la condivisione degli oneri.
Un consiglio della banca presieduta da Alessandro Falciai – atteso tra oggi e domani – dovrebbe tirare le fila dell’operazione. In ogni caso domani alle 14 si chiuderà l’offerta di scambio di obbligazioni in azioni: se aderissero tutti si recupererebbero 4,7 miliardi. Ma ieri dai risparmiatori, che hanno bond per 2,1 miliardi, sono arrivate adesioni per appena 200 milioni. Gli investitori istituzionali invece potrebbero decidere oggi. Ci sono fondi come Attestor o Carslon che possiedono bond per oltre 100 milioni e che con la loro adesione potrebbero dare un segnale al mercato.
Resta aperto ancora anche l’aumento di capitale, che si chiude giovedì, alla ricerca soprattutto di «investitori stabili». Ma anche qui la strada è in salita. In particolare il fondo sovrano del Qatar, Qia – che avrebbe dovuto essere il perno del nuovo azionariato di Mps – non darebbe più segnali di volere investire il miliardo ipotizzato nei colloqui che i qatarini hanno avuto con JPMorgan, con l’amministratore delegato di Mps, Marco Morelli, e con il ministro Pier Carlo Padoan. Anche Axa – socio storico al 3,17% – non si sarebbe ancora impegnato a sottoscrivere la sua quota.
In questo scenario non ha aiutato ieri lo scontro tra il Fondo Atlante e le banche sulla cessione dei crediti in sofferenza di Mps, l’altra parte dell’operazione-salvataggio, che ha fatto crollare il titolo di un altro 11%. Il fondo salva-banche gestito da Quaestio Sgr di Alessandro Penati ha puntato i piedi su alcune condizioni del prestito-ponte da 5 miliardi: un freno che poteva mettere a rischio l’intera operazione, aveva avvisato Mps in una nota in mattinata. In tarda serata la crisi è rientrata – grazie anche al pressing di investitori forti come Intesa Sanpaolo – e Quaestio ha firmato l’accordo per partecipare alla cartolarizzazione per 1,6 miliardi. Ma ormai restano solo due giorni per trovare 5 miliardi di euro.