la Repubblica, 20 dicembre 2016
Florence, gli inimitabili gorgheggi di Meryl Streep, sublime assassina di note
Ci sono in questi giorni cinepanettoni, cinefantasy e cinepiccini, ma ci sono altri film adatti alle festose aspettative natalizie, per il piacere elegante che comunicano, per il buonumore intelligente che risvegliano: come Florence, quasi due ore di ironia, commozione, romanticismo, leggerezza e grazia. Una storia quasi del tutto vera, con la regia di Stephen Frears, la sceneggiatura di Nicholas Martin, autore del libro scritto con Jasper Rears (Piemme edizioni) a cui il film si ispira, con attori meravigliosi: e una perfetta atmosfera della New York doviziosa e mondana del 1944, mentre nel Pacifico il più tragico scontro navale della storia opponeva Stati Uniti e Giappone, l’aviazione alleata bombardava senza sosta la Germania e l’Italia e l’esercito alleato era sbarcato da giugno in Normandia.
Ma la sera del 25 ottobre la spaventosa guerra mondiale sembrava molto lontana dall’immensa Carnegie Hall: fuori una coda di almeno duemila persone tentava di entrare nel teatro i cui tremila posti erano già tutti occupati da gentiluomini in frak, signore ingioiellate in abiti con lo strascico e mille giovani militari in divisa, invitati dalla sponsor e protagonista dello spettacolo. I biglietti si erano subito esauriti, perché quello era l’evento dell’anno: la prima esibizione in un grande teatro pubblico di Florence Foster Jenkins, dama facoltosa e generosa di 76 anni, e le foto del programma la mostrano robusta, con un pesante seno tutto unito come si usava negli anni 10, un abito di velo, un diadema di diamanti e un anello al pollice. Fu una serata disastrosa per lei e di massimo divertimento soprattutto per i soldati pare già ubriachi, che a ogni ululato o nota stonata della pessima cantante, ridevano ma anche applaudivano, grati di quel paio d’ore di infantile e assurdo divertimento che li sottraeva ai doveri minacciosi della guerra.
Il genio del regista e dei suoi attori è quello di raccontare queste vite e questa storia con sorridente rispetto, in modo mai sguaiato, mai comico, mai crudele. Meryl Streep, dieci anni in meno del suo personaggio, è incantevole nel corpo artificialmente (credo) molto appesantito, nei travestimenti tremendi, da spagnola, da valchiria, da angelo, sempre sovraccarica di gioielli: dai modi artificiosi eppure seducenti, innocente nel credersi una cantante vera, eppure appassionata davvero di bella musica, distruggendo, quando gorgheggia oltre ogni umana sopportazione, l’aria delle Campanelle da Lakmé di Delibes o quella della Regina della Notte dal Flauto Magico di Mozart o le sue amate zarzuele: ma anche finanziando certi concerti di Toscanini, che aveva lasciato l’Italia fascista nel 1931 (e che nel film le bacia riconoscente la mano), e giovani musicisti. Del resto non saper cantare, non aver voce eppure sentirsi carichi di talento, aiuta oggi a partecipare ai talent show, al festival di Sanremo, e ad ottenere una montagna di “mi piace”.
La vera Florence era nata in Pennsylvania in una famiglia doviziosa, si era sposata a 14 anni (ma nel film lei dice 18 e comunque allora in certi stati americani l’età minima era 12 anni) con un fannullone che l’aveva subito contagiata con la sifilide, allora malamente curata con arsenico e mercurio: subito divorziata, era sopravvissuta, fragile e perdendo i capelli. Tra le tante scene di tenerezza coniugale del film c’è quella di lei a letto e il nuovo marito le toglie con delicatezza la parrucca castana e le bacia il cranio nudo che poi la cameriera ricopre con un pietoso turbante.
Lui è Hugh Grant, oggi ultracinquantenne, capelli appena ingrigiti, dentatura imperfetta, viso stanco, più affascinante che mai e nel suo più bel ruolo. St. Clair Bayfield, attore inglese fallito e senza un soldo, non ancora settantenne in quel 1944, si dedicava a Florence da anni, circondandola di affetto e premure sincere, impegnato a proteggerla dalla realtà, cioè dalla crudeltà dei critici e da se stessa. Grant-Bayfield, ha i modi eleganti, il costante sorriso, una commossa e commovente ipocrisia, sempre la camelia fresca sul bavero del frak portato con cravattino bianco, ed è ammirevole quando scivola ogni notte dopo l’ultimo casto bacio alla sua preziosa protetta, per raggiungere l’appartamento dove lo aspetta la giovane e brillante amante Kathleen (Rebecca Ferguson), che poi nella realtà sposerà dopo la morte di Florence.
La felice sorpresa del film è il giovane Simon Helberg che interpreta Cosmé McMoon, il pianista che accompagnava il “soprano di coloritura” nella preparazione e nei concerti che dava al club Verdi da lei fondato e in altri luoghi privati, ed era St. Clair a scegliere gli invitati, vecchi conoscenti possibilmente sordi, sconosciuti pagati per applaudire, e qualche critico comprabile per ottenere recensioni bugiarde.
Helberg è un giovane minuto e bruttino dai grandi occhi neri, che nel film suona davvero il pianoforte: quando sente per la prima volta la straziante incapacità canora della signora che lo paga profumatamente, il suo viso si apre in uno stupore timido, incredulo e muto, affranto per i complimenti che il cinico maestro di canto rivolge all’assassina delle note.
Un mese dopo l’epocale concerto, il 26 novembre, Florence si spegneva, forse distrutta dalle critiche sincere e quindi crudeli che St. Clair non era riuscito a nascondere. Negli anni 60 le sue registrazioni diventarono, come si dice oggi, virali, David Bowie a Barbra Streisand esaltarono le sue grida, si scrissero biografie e commedie (Gloriosa, nel 2009, è andata in scena anche da noi, con Katia Ricciarelli). Una decisione intelligente della Lucky Red che distribuisce il film da noi: i gorgheggi della protagonista non sono doppiati, sono quelli di Meryl Streep, inimitabili.