la Repubblica, 20 dicembre 2016
Il piano B per salvare istituti e obbligazionisti
Il piano B che prevede il salvataggio pubblico del Monte dei Paschi è entrato nella fase operativa. Con il consiglio dei ministri di ieri, che ha messo a disposizione fino a 20 miliardi di risorse per intervenire anche sulla ricapitalizzazione del sistema bancario, si apre la strada ad un decreto legge che potrebbe arrivare già giovedì in caso di flop dell’aumento di capitale. Al Tesoro stanno lavorando da settimane al provvedimento che, dopo il possibile scarso successo dell’intervento da 5 miliardi avviato ieri, accelera per consentire alla banca senese di uscire dalla crisi. Una operazione “salva-risparmio”, l’ha definita il premier Gentiloni, anche se le scelte non saranno completamente indolori.
Se giovedì, quando si chiuderà l’aumento di capitale, i conti non torneranno il Tesoro dovrà intervenire direttamente: con tutta probabilità sarà lanciato un nuovo aumento di capitale che sarà sottoscritto dallo Stato. I 20 miliardi, ha detto ieri Padoan in conferenza stampa fugando ogni dubbio, servono anche per «programmi di rafforzamento patrimoniale che prevedono la sottoscrizione di nuove azioni». Così le azioni sottoscritte nel nuovo aumento di capitale si aggiungeranno all’attuale 4 per cento detenuto da Via Venti Settembre che, a quanto risulta, sta partecipando all’operazione, per la sua quota, con circa 200 milioni.
Paradossalmente il nodo vero non è quello delle risorse: il governo è in grado di trovare i fondi necessari senza aumentare il deficit e, come ha detto ieri Padoan, con uno stanziamento di 20 miliardi “una tantum” che aumenterà momentaneamente il debito pubblico e non intralcerà l’”aggiustamento strutturale” dei nostri conti. Il problema vero è che l’intervento pubblico attiva immediatamente le nuove e severe norme europee in vigore da un paio di anni sulla risoluzione delle crisi bancarie. La regola generale dice che appena lo Stato interviene con un euro scatta il “bail in”, cioè si “azzerano” azionisti, obbligazionisti senior, obbligazionisti subordinati e, in alcuni casi, si intaccano anche i conti oltre 100 mila euro. In poche parole si tratta di un fallimento che coinvolge tutti i creditori come in una normale azienda commerciale.
Esiste tuttavia una normativa europea alternativa, quella del cosiddetto “burden sharing”, una soluzione meno “violenta” alla quale il Tesoro fa riferimento nella bozza del decreto: si colpiscono ugualmente gli azionisti, ma vengono salvaguardati totalmente i correntisti e gli obbligazionisti senior. Si “salvano” parzialmente anche gli obbligazionisti subordinati: non vengono “azzerati”, come nel bail in, ma subiscono una conversione forzosa in azioni dei propri titoli sebbene ad un prezzo inferiore al loro valore nominale.
Il decreto, sulla scia dello schema che è stato applicato alle quattro banche liquidate alla fine dello scorso anno, prevederebbe un successivo ristoro per i 40 mila obbligazionisti subordinati che tuttavia, in base alle norme europee, potrebbe essere garantito solo in caso di vendite inappropriate o “misselling”. Per i grandi investitori invece nessun rimborso.
La variabile a rischio dell’intera operazione si chiama tuttavia Europa dove il negoziato con Roma va avanti da prima dell’estate. La “scappatoia” per evitare un traumatico “bail in” è rappresentata da due condizioni previste nelle recenti direttive europee sulle risoluzioni delle crisi bancarie, la Brrd e la “burden sharing”. La banca per accedere alla “ricapitalizzazione preventiva” deve essere attualmente solvibile, essere stata bocciata agli stress test Eba e deve esserci il rischio di una crisi sistemica. Mps risponde a queste caratteristiche e Bruxelles potrebbe dare il via libera.