Il Sole 24 Ore, 20 dicembre 2016
Maggioritario di collegio carta da tentare. Ma con tre poli il nodo governabilità resta
Dall’Italicum al Mattarellum. Dal maggioritario di lista al maggioritario di collegio. L’idea di Renzi di resuscitare i collegi uninominali maggioritari nella versione prevista nella legge Mattarella del 1993 è ottima. Di difficile realizzazione ma ottima. Sarebbe il modo migliore, date le circostanze, per arrestare la deriva proporzionalista che ha acquistato rinnovato vigore dopo l’esito del referendum costituzionale.
Per i non addetti ai lavori vale la pena ricordare cosa era e come ha funzionato il sistema elettorale con cui abbiamo votato nel 1994, 1996 e 2001. Il 75% dei seggi veniva assegnato in collegi in cui il candidato con un voto più degli altri si aggiudicava l’unico seggio a disposizione. Il restante 25% veniva distribuito proporzionalmente ai partiti che prendevano almeno il 4% dei voti. Questo era il sistema della Camera. Al Senato c’erano delle differenze ma non ci interessano in questa sede.
Fin dall’inizio, cioè dalle elezioni del 1994, i partiti decisero di non presentarsi ognuno per conto proprio nei collegi, ma formarono coalizioni prima del voto con altri partiti simili sulla base di candidature comuni. Così nacquero i Poli e le Case di Berlusconi e l’Ulivo di Prodi. Ogni coalizione si presentava nei collegi con un candidato che, pur essendo candidato del Polo o dell’Ulivo, apparteneva a uno dei partiti della coalizione. In un collegio il candidato del Polo era di Forza Italia, in un altro collegio era della Lega Nord e così via. Coalizioni pre-elettorali, candidati comuni e spartizione dei collegi sono il modo con cui il sistema maggioritario è stato adattato dai partiti al contesto esistente. Fino a quando è rimasto in vigore, questo sistema elettorale ha prodotto una maggioranza assoluta di seggi per uno dei due schieramenti (con variazioni tra Camera e Senato). Nonostante la presenza di terzi poli – dal Patto per l’Italia nel 1994, alla Lega Nord nel 1996, a Di Pietro nel 2001- competizione politica e formazione dei governi hanno funzionato in modalità bipolare.
Come funzionerebbe oggi questo sistema, o una sua variante, nel contesto attuale che non è più bipolare ma tripolare? La differenza la fa il M5s la cui forza non è certo paragonabile a quella dei terzi poli citati sopra. Se non implode prima a causa del pasticcio romano, il M5s vincerebbe una certa percentuale di seggi maggioritari soprattutto al Sud e una bella fetta di seggi proporzionali. Quindi, non è detto che il sistema produca una maggioranza a favore del centro-destra o del centro-sinistra né a favore del M5s, come è stato tra il 1994 e il 2001. E questo è il primo problema.
Il secondo problema è Berlusconi. Perché oggi il Cavaliere vuole il proporzionale?
Per il semplice motivo che non ha più voglia di allearsi prima del voto con Salvini e Meloni. Vuole presentarsi da solo e decidere dopo il voto con chi fare il governo. Con il collegio uninominale questa possibilità viene meno. Presentandosi da solo, senza alleati, non prenderebbe neanche un seggio maggioritario. Deve allearsi prima. Deve rifare poli e case. Ed è il motivo per cui Salvini improvvisamente ha scoperto le virtù del collegio uninominale. Con il collegio tiene legato a sé il Cavaliere. Ma cosa c’è di male che Berlusconi sia costretto di nuovo a fare accordi con la Lega Nord? Mettiamo da parte la difficoltà di mettere insieme oggi una coalizione tra una Forza Italia che vuole governare e un partito populista che potrebbe avere più voti dell’alleato. Il problema vero è un altro.
Nel caso in cui né il centro-sinistra né il centro-destra riuscissero ad arrivare alla maggioranza dei seggi, come si farebbe il governo? Immaginiamo che il Pd arrivi al 40%, Berlusconi che fa? Prende i suoi deputati e senatori, eletti con i voti di Lega Nord e Fratelli d’italia, e li porta al governo con Renzi? Beh, a pensarci bene, il Cavaliere sarebbe forse capace di fare una cosa simile. Ma non sarebbe un bello spettacolo e non deporrebbe a favore del governo che si andrebbe a fare con una mossa così spregiudicata. Anche se forse potrebbe essere l’unico modo di dare un governo al paese. Insomma, nell’attuale contesto i collegi uninominali rischiano di irrigidire i rapporti tra i partiti rendendo più difficile la formazione di una maggioranza parlamentare nel caso in cui le elezioni non dessero la vittoria netta a uno schieramento. Per ridurre questo rischio si potrebbe inserire nel sistema, oltre ai collegi e alla quota proporzionale, anche un premio di governabilità ricavato all’interno della parte proporzionale. Una vecchia idea di Renzi di inizio 2014. Ma il rischio resterebbe. Ciò detto, vale comunque la pena di battere la strada del maggioritario di collegio invece di accettare passivamente un ritorno al proporzionale e alla Prima Repubblica.
Ma far approvare la nuova Mattarella non sarà facile. Il M5s non ci sta perché non ha buoni candidati da spendere nei collegi. Non si sa cosa ne pensa Alfano. Ma anche se il leader del Ncd fosse d’accordo non crediamo proprio che Renzi potrebbe imporre il nuovo sistema elettorale solo con i voti del Pd, del Ncd e della Lega Nord contro Forza Italia e M5s. C’è poco da fare. Bisogna fare ancora i conti con Berlusconi. Pur in declino il Cavaliere conserva un potere di veto che ne fa un protagonista ineludibile anche in questa fase della nostra vita politica. Al momento il suo è un no deciso alla ipotesi di ritorno alla Mattarella o sue varianti. Lui vuole un bel proporzionale che gli lasci le mani libere. Però nel gioco è entrato anche un certo Bollorè. Chissà che non sia il finanziere brettone a convincere Berlusconi che i collegi possono essere utili all’Italia e a Mediaset. Sarebbe un miracolo, ma forse di questi tempi è possibile.