Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2016  dicembre 20 Martedì calendario

Russia, guai a chi tocca la storia patriotika

«La Russia è grande, ma non possiamo ritirarci! Dietro di noi c’è Mosca!», grida il comandante Vasily Krochkov ai suoi uomini che cadono uno dopo l’altro nella battaglia per difendere Mosca dalle truppe di Hitler (dipinte come le armate di Darth Vader) nel novembre 1941, con le ultime munizioni rimastegli: bottiglie molotov, granate, persino mitragliatrici puntate contro gli aerei della Wehrmacht. È la scena madre di I 28 di Pamfilov, l’ultimo di una serie di «blockbuster patriottici» russi sul secondo conflitto mondiale, che in patria ha scatenato un putiferio.
Il cinema di Novokuznetskaya è gremito di giovani, la pellicola è proiettata in contemporanea in 123 sale della capitale russa, ed è record ai botteghini. Finanziata dal ministero della Cultura con 460 mila dollari in coproduzione col Kazakhstan (Putin l’ha visionata in anteprima con Nazarbayev), e da tremila «donazioni spontanee» private, celebra le gesta di 28 soldati dell’Armata Rossa, molti dei quali di etnia centro-asiatica, che sarebbero morti nell’impresa di fermare da soli 18 panzer tedeschi ormai alle porte di Mosca 75 anni fa, all’inizio della controffensiva sul fronte occidentale poi terminata con successo.
Una storia simbolo dell’eroismo sovietico che ogni studente russo conosce a memoria, immortalata anche in un monumento fuori città. Peccato sia falsa: una leggenda confezionata dalla propaganda sovietica per sollevare gli animi nel momento più duro dell’assedio. Lo ammisero già nel 1948 gli storici militari sovietici, quando si scoprì che tre dei 28 erano ancora vivi, la divisione contava 10 mila uomini, e i tank distrutti erano solo due, o forse nessuno. Niente di male, si dirà, trattandosi di finzione artistica. Specie se si ricorda che l’Urss perse 27 milioni di vite in quella che per i russi è la «Grande Guerra Patriottica», una tragedia che colpì ogni famiglia.
Ma quando Sergey Mironenko, direttore degli Archivi di Stato, ha pubblicato documenti che sfatano il mito dei 28, invitando per il bene degli scolari a non confondere realtà storica e «pura fantasia», il ministro della Cultura Medinsky gli ha dato del «criminale», pur ammettendo che di invenzione si tratta: «Chi mette in dubbio l’eroismo degli eroi sovietici durante la Seconda guerra mondiale dovrebbe bruciare all’inferno», quel mito è «sacro, impossibile infangarlo». E Mironenko è stato licenziato.
Stalin riabilitato
Segno di un patriottismo sempre più acritico, nella Russia di Putin in cui la Vittoria del 1945 è un pilastro identitario fondante e intoccabile, con conseguente riabilitazione del «condottiero» Stalin. In mancanza di un dibattito politico vero, il passato storico e la cultura sono divenuti i principali campi di battaglia, con virulenti dibattiti su giornali, talk show tv, e persino alla Duma, su chi sia meglio tra Nicola II e Stalin, Krusciov e Alessandro III. Lo stesso Putin giorni fa nel suo discorso all’Assemblea federale ha invitato a una «riconciliazione nazionale» sul passato. In vista del centenario della Rivoluzione d’Ottobre nel 2017, che già promette polemiche.
«Ogni società ha bisogno di una conversazione» ha scritto nel suo blog l’analista Maxim Trudolyubov. «E nelle menti di molti russi la storia della Russia moderna, specialmente del XX secolo, ha preso il posto della politica. In Russia non sei di sinistra o di destra, ma anti-Stalin o pro-Stalin, con decine di sfumature nel mezzo».
Nel frattempo, nella sala del Maneggio sotto le mura del Cremlino, una mostra dedicata anch’essa alla Difesa di Mosca nel 1941-42, promossa dallo stesso Medinsky e dalla Società storico-militare russa da lui presieduta, lancia «l’attacco sul fronte storico» contro i «miti della guerra»: vale a dire le «falsificazioni inventate dall’Occidente» per «screditare la Russia», si legge all’ingresso dove ti accolgono due giovani in uniforme dell’Armata Rossa. La prima stanza è dedicata proprio ai 28 Pamfilovtsy con video animati dei protagonisti, voci e spari dall’audio del film.
Il dissenso calpestato
Affollato di famiglie una domenica mattina, il percorso interattivo è tagliato su misura per i giovani. Stalin appare in foto a grandezza naturale su uno striscione, dal megafono gracchia il suo famoso «brindisi della Vittoria» nel maggio 1945, in sottofondo canti patriottici. Pannelli educativi con touch screen presentano teorie «revisioniste»: l’Europa orientale dopo la guerra? Accolse i sovietici non come invasori o occupanti ma come «liberatori», accettando «pacificamente» le idee comuniste. La superiorità tecnico-militare dei tedeschi sui sovietici? Falso. Il patto Molotov-Ribbentrop? Stalin fu «costretto» a creare una «alleanza tattica» con la Germania, perché inizialmente Gran Bretagna e Francia rifiutarono di unirsi alla sua coalizione anti-Hitler. «Proprio come oggi con la Siria e Assad, gli Usa e l’Isis», ci dice Evgeny Andriukhin, 50 anni, un visitatore. Per un altro, Viktor Jakarev,«qualcuno dice che hanno vinto la guerra gli americani, e non l’Urss. Ma senza Stalin, forse saremmo tutti bruciati nei Lager». Una ragazza fa da guida a un gruppetto: «Secondo statistiche i paesi europei che oggi ricordano che fummo noi a liberarli sono solo un terzo. Ma in guerra morirono in maggioranza nostri soldati. Noi non dimentichiamo l’orrore vissuto dai nostri nonni, e vogliamo mostrarlo».
Incise sul pavimento per essere calpestate, le frasi di russi «non allineati», dall’ex sindaco di Mosca Gavril Popov che notò alcune malefatte dell’Armata Rossa, all’oppositore Gozman che accosta l’Nkvd a Ss e Gestapo, al Parlamento di Kiev per il quale l’Urss fu responsabile dell’esplodere del conflitto mondiale. È la nuova «quinta colonna», contro la nuova storia «patriotika», che ha persino uno scaffale dedicato nelle librerie di Mosca, e non disdegna i fake.
Ma il problema vero per Oleg Budnitsky, capo del Centro internazionale sulla Storia e Sociologia della Seconda guerra mondiale, è un altro: «Il sacrificio di chi morì combattendo i nazisti va onorato. Ma come mai in Russia il patriottismo viene inculcato solo sulla base di eventi bellici? Abbiamo altre cose da vantare, dovremmo insegnare la pace».