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 2016  dicembre 18 Domenica calendario

«Amo Oscar Wilde ma se rinasco sposo un’ereditiera». Intervista a Rupert Everett

Everett è a Londra ha appena finito di girare The Happy Prince, il suo film su Oscar Wilde con Colin Firth che uscirà in aprile. Sta andando a una messa natalizia alla Holy Trinity church di Sloane Street, la stessa strada del famigerato Cadogan Hotel dove Wilde fu arrestato nel 1895.
Wilde è l’ossessione della sua vita?
«Non proprio, anche se lavoro a questo film da 9 anni ed è ormai un’idea fissa. Certo lo amo molto. Per un gay è un’icona, la figura del Cristo».
È la sua prima esperienza da regista?
«Sì, ed essere da entrambe le parti della macchina da presa è molto difficile. Ci si sente come un pulcino indifeso. Non posso dire che mi sia piaciuto e non penso che lo rifarò».
C’è qualcosa in comune tra lei e Wilde?
«Non credo. Lui aveva un grande intelletto e io sono una prostituta. Era intelligentissimo e aveva un’ottima istruzione classica e non è il mio caso. Quello che mi affascina è lui nel suo insieme, tutta la sua vita».
Lei ha diretto anche un documentario per Channel 4,The Scandalous Adventures of Lord Byron?
«Mi piace la fine di Byron, e il suo folle amore. Trovo bellissime le sue ultime poesie. Gli piaceva essere amato e incontrò Lukas quando era in Grecia a combattere. Lo mise a capo del suo esercito e lo vestì con degli abiti speciali e gli dedicò la più commovente delle poesie, la più tenera, il suo penultimo poema prima di morire. Ma Lukas alla fine era un opportunista e non amava Byron».
Dichiararsi apertamente gay ha rovinato la sua carriera?
«In un certo senso sì, per altri versi l’ha favorita. È andato tutto bene fino a un certo punto e poi non più. Non sono sicuro che la gente sia davvero aperta alle minoranze. Il mio punto di vista è viziato, posso andarmene da Londra a Roma, ma se vivi fisso in un posto non credo che il mondo sia così liberale come ci piace credere. I miei libri non vengono pubblicati in Russia, e il mio film su Oscar Wilde lì non uscirà e neanche in Nigeria o in Uganda».
Ha recitato con Julia Roberts (Il matrimonio del mio migliore amico1997) e con Madonna (Sai che c’è di nuovo?2000)? Che tipo di donne sono ?
«Le donne che hanno molto successo si trasformano in qualcos’altro, in un certo senso non sono più donne. Come si dice “pugno di ferro in guanti di velluto.” Diventano dure come il granito».
Lei a 25 anni a Hollywood lavorava con Orson Welles e Bob Dylan. Cosa ricorda?
«Era un privilegio, ma ero troppo giovane per farcela con Welles, mi incuteva timore. Lui aveva bisogno di qualcuno che gli tenesse testa e mostrasse carattere. Io ero molto diverso da quello che si aspettava, mi aveva solo visto in un film ed ero troppo instabile per lui. L’ho fatto diventare matto, temo. Ero terribilmente timido e non riuscivo neanche a parlargli. Mi terrorizzava, si infuriava così in fretta che non sapevi mai come avrebbe reagito. E poi, io ero sottile e lui grosso. Orson mi aveva scritturato per interpretare se stesso e non avevo il fisico giusto. Lui era tipo un orso e io un insetto stecco con la voce stridula. Un disastro!».
E Bob Dylan?
«Mi è molto piaciuto lavorare con lui anche se il film era bruttissimo, Hearts of Fire (1987). Era messo peggio di me, come attore era vulnerabile e il contesto lo sconcertava. Non era abituato al ruolo di attore e a quel tempo nono lo ero neanche io. Lo adoravo ed era molto ma molto divertente».
Si è meritato il Nobel?
«Penso che i premi siano una cosa orribile. Riceverne uno è fantastico, ma come si fa a dire se è meritato o no. Così per Dylan, chi può dirlo? Ma è uno straordinario cantante folk e, come Oscar Wilde, ha precorso i tempi in modo sbalorditivo. Scrive bene e Chronicles è un ottimo libro».
Si interessa alla politica?
«Mi ha deluso la Brexit, perché l’Europa è molto interessante, ma stavo lavorando al film a Bruxelles – per metà è stato girato lì – e c’è qualcosa di deprimente nell’Unione europea. All’inizio ero molto arrabbiato per la Brexit, ora la trovo comprensibile».
E Trump, pensava che sarebbe diventato Presidente?
«Sì, perché è come loro. Rappresenta i bianchi razzisti stanchi di liberali e politically correct. Un Paese che continua sempre a pensare a quanto è grande ha un problema. L’America è simpatica ma i suoi sistemi di valori sono cattivi quanto quelli di qualsiasi altro Paese. Lo stesso vale per l’Inghilterra. Non c’è tutta questa grandezza».
Dove si sente davvero a casa?
«A Napoli. Amo Napoli. Oscar Wilde fuggì a Napoli con Bosie. È una città vera, ha un suo carattere. Nel mio film gli attori napoletani sono sensazionali, così bravi. Ha spirito, ha entusiasmo».
Quanto è contata per lei la bellezza?
«Da giovane ero sempre troppo intento a cercare di avere un bell’aspetto e non riuscivo mai a rilassarmi. Oggi è più facile interpretare Oscar Wilde, che morì a 45 anni e aveva il doppio mento e sembrava un vecchio».
Farebbe di nuovo l’attore se potesse ricominciare tutto da capo?
«No. Vorrei trovare una fidanzata molto ricca con un sacco di case in tutto il mondo, io potrei occuparmene e aprirle e sistemarle per lei. Mi piacerebbe, amo arredare le case, comprare i dipinti, i tappeti e i mobili. Se potessi iniziare una nuova vita sarei un perfetto gigolo. Lo avrei saputo fare molto bene, ma oggi sono troppo egoista».