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 2016  dicembre 18 Domenica calendario

Imprevisti siriani per Putin

La vittoria ad Aleppo, lo smacco di Palmira e l’incombente scontro di Idlib suggeriscono che l’intervento russo in Siria è arrivato a un bivio: il Cremlino deve decidere se aumentare il proprio impegno, militare ed economico, oppure cercare nuovi alleati.
A descrivere la scelta strategica di fronte a cui si trova il presidente Putin è quanto maturato sui campi di battaglia nella settimana che si conclude. Ad Aleppo la conquista degli ultimi quartieri ribelli riconsegna nelle mani di Assad la più grande città del Paese, ma non è più il polmone commerciale che fino al 2011 costituiva la spina dorsale dell’economia nazionale, bensì un ammasso di macerie sotto le quali covano rabbia e disperazione della popolazione sunnita ostile al regime. Ciò significa che per ricostruire Aleppo servono investimenti economici per miliardi di dollari di cui Damasco e Mosca non dispongono e senza i quali, prima o poi, la rivolta potrebbe riprendere.
A Palmira il successo del blitz di circa 4000 jihadisti del Califfo al-Baghdadi nel riappropriarsi della città mettendo in fuga i contingenti russi e siriani è stato «un duro colpo al nostro prestigio» come riassume il generale Baluyevsky, ex capo di Stato Maggiore delle forze armate russe. Testimonianze locali suggeriscono che i miliziani dello Stato Islamico si sono imposti con una tattica a metà fra guerriglia e scorribande tribali.
Hanno iniziato dei raid in periferia per appropriarsi di carburante e armi leggere, ma trovando scarsa resistenza sono andati avanti verso il centro città e l’assenza di adeguate difese siriane – sguarnite dai reparti inviati ad Aleppo – ha fatto cadere nelle loro mani depositi di artiglieria pesante russa che ora minacciano, secondo il Pentagono, i voli dei jet della coalizione occidentale. Se sette mesi fa l’orchestra del direttore russo Valery Gergiev celebrava con un concerto fra le rovine di Palmira l’umiliazione inflitta al Califfo ora le parti sono rovesciate con i generali russi obbligati a prendere atto che gli attuali alleati – forze siriane, Hezbollah libanesi e miliziani sciiti agli ordini della Forza Al Qods di Teheran – non hanno la capacità di conservare sul terreno le conquiste fatte. Il motivo è soprattutto la debolezza dell’apparato militare di Assad che, pur superiore ai ribelli, è solo l’ombra dell’esercito che esisteva cinque anni fa. Ciò significa per Mosca essere di fronte all’opzione di aumentare il proprio impegno in Siria – con più uomini e mezzi di terra – esponendosi però al rischio di un nuovo Afghanistan mentre finora la tattica di Putin si è fondata sul sostegno strategico – soprattutto con aviazione e intelligence – ad alleati locali. A rendere urgente tale scelta è l’orizzonte di Idlib ovvero della battaglia per la conquista della città della Siria Occidentale divenuta l’ultima roccaforte dei ribelli sunniti, jihadisti e non. Il regime di Assad ha bisogno di espugnare Idlib per completare il controllo della «piccola Siria», compresa fra Damasco e la costa alawita, in vista della resa dei conti finale a Raqqa con il Califfo. Ma affrontare tale battaglia puntando sui reparti siriani è un rischio tattico evidente per il Cremlino: il Califfo potrebbe cogliere l’occasione per mettere a segno altrove dei colpi a sorpresa, ripetendo lo schema di Palmira. I primi sintomi del distacco russo dal sostegno totale ad Assad sono già visibili: nelle ultime settimane in almeno due occasioni i jet israeliani hanno colpito obiettivi strategici di Hezbollah in basi siriane ovvero volando in uno spazio aereo controllato dai radar russi.
In Medio Oriente l’imprevedibile è la norma e dunque ora è Putin che si trova a gestirlo. La necessità di avere risorse a sufficienza per la ricostruzione della Siria, la prospettiva di affrontare una guerra tribale di lungo termine contro i jihadisti e la debolezza strutturale dei propri alleati di Damasco pongono al Cremlino la necessità di una svolta nell’intervento in Siria. Può decidere di moltiplicare l’impegno nell’attuale formula – il sostegno massiccio per Assad – oppure cercare nuove alleanze puntando a gestire la sua posizione di indubbia forza per aumentare il coinvolgimento di Paesi sunniti – Turchia, Emirati ed Arabia Saudita – e degli Stati Uniti. Ecco perché l’insediamento a Washington in gennaio del presidente Donald J Trump gli offre l’opportunità di un interlocutore che potrebbe essergli assai utile.