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 2016  dicembre 18 Domenica calendario

Gabriele Lavia: «Quella dell’attore è un’arte crudele. E il corpo ne è la materia espressiva. Non mi piaccio e trovo abietta la vecchiaia»

Molti da bambini si sono coricati presto la sera. Le frasi celebri fissano l’incanto di un momento e non ammettono l’eccezione alla quale un bimbo di tre anni sottostava con la sua insonnia. Gabriele Lavia non dormiva, e la mamma sfoderava la spada della minaccia per costringerlo a prendere sonno. Niente da fare. Il letto non era il bel posto che aveva desiderato. Era freddo. Ostile. Alieno. La gioia, semmai, esplodeva fuori di casa. Ormai più grande, Gabriele si fornì di libri. L’insonnia restò. Ma almeno le lunghe notti passate a leggere lo immersero in altri mondi. Mentre sediamo al tavolino di un bar ascolto i racconti d’infanzia di questo attore che non smette di essere attore neppure se deve ordinare una spremuta: «Capisco, ma vede convivo con la voce, i gesti, il corpo, con il teatro insomma, e mi sembra naturale questa assenza di scarto, questo passaggio indolore tra una vita artificiosa e una vita normale». Improvvisamente gli squilla il cellulare ( accadrà tre volte nel corso della conversazione) sento che la voce cambia e le parole sgattaiolano come liberate dall’incombenza di un incontro che oscilla tra finzione e verità.
Quanto conta per un attore mentire?
«Un attore non mente nel modo in cui può mentire un uomo. Egli finge perfino di mentire. Qui la condanna e la grandezza di un antico mestiere che non fu mai in cima alle mie priorità».
Cosa c’era in cima?
«Dipingere. Scegliendo il teatro cancellai la mia vocazione».
Le capita di tornare a dipingere?
«Non è un mestiere per vecchi né per dilettanti».
Si sente vecchio?
«Sono vecchio, appartengo a un mondo ormai sparito».
Dove è nato?
«Per sbaglio a Milano. Mio padre ferito nella guerra di Albania fu mandato per curarsi a Milano. Mia madre lo raggiunse da Catania. Superarono l’astinenza sessuale e fui scodellato. Feci in tempo a vedere i bombardamenti. Finì la guerra e ci trasferimmo a Torino. Seguimmo mio padre, funzionario di banca. Studiai dai Salesiani».
Cosa ricorda di quel periodo?
«L’oratorio col campo di calcio, il teatrino e i miei che dicevano: non confessarti, ma se devi, inventa qualche peccato altrimenti non ti promuovono. Sono state le prime recite».
Da scettico o da credente?
«La fede è un’eterna lotta con il dubbio, ossia la condizione dell’uomo cosciente sia che faccia il prete, lo scrittore, l’operaio o il teatrante. Ma può bastarci Dio? Mi viene in mente Pane e Vino quando Hölderlin dice che la Trinità ha preso il posto degli Dèi. Se non ci sono più loro come possono cantare gli eroi?» È il tempo della povertà.
«Tramonta la capacità di vedere. Diventiamo vecchi e ciechi».
La ossessiona la vecchiaia?
«È abietta. Invecchiare è una rottura di palle. L’unica cosa da fare sarebbe pensare alla morte. Ma la vita rifiuta questa presenza. Mi piacerebbe fermare il tempo, ma sarebbe inutilmente infantile».
L’attore è legato all’età?
«Indissolubilmente. È un’arte crudele la nostra. Il corpo ne è la materia espressiva. E la voce è un dettaglio del respiro».
Chi ha reso assoluto quel dettaglio è Carmelo Bene.
«Ne abbiamo discusso. I suoi vocalizzi pattinavano sull’oro, l’argento e il bronzo. È stato un manierista ironico. In lui però non c’era anima. Era tormentato, timido, sensibile, il contrario di come voleva apparire, ma le cose che faceva non avevano mai le sue viscere».
Grande tecnica.
«Grandissima. Era la prima cosa che si vedeva».
Lei come si giudica?
«I grandi dinosauri si sono estinti. Restano le loro ossa, qua e là delle impronte e qualche storia narrata. Avrei voluto essere un tirannosauro. Non ho la stazza né l’aggressività».
Non è un predatore.
«Ci sono sempre meno prede. La tradizione è pressoché finita. L’avanguardia non è mai nata. Che cosa resta? L’attore che si degrada nelle fiction televisive».
Se le chiedessero di parteciparvi?
«Accetterei, ho bisogno di soldi. Dice Sonia ne Lo zio Vanja “che fare zio caro, bisogna vivere!”. Vede: tutti dobbiamo fare i conti».
Oltre al teatro lei ha fatto cinema.
«Non tanto. Ho lavorato, tra gli altri, con Damiani e Argento. E con Profondo rosso sono stato popolare tra i vigili urbani».
I grandi registi l’hanno mai cercata?
«No, ero bellino ma non bello. Bruttino ma non brutto. Non è facile trovare una faccia cinematografica».
Ha girato anche diversi film.
«Il più interessante fu uno per la televisione: Scene da un matrimonio.
Salverei anche alcune sequenze de La lupa».
Ha sempre questo tono autocritico?
«No, di solito tendo a rimuovere. Spesso più che in conflitto con gli altri, lo sono con me stesso. Non mi piaccio. Vorrei essere bravissimo e non lo sono. Vorrei essere il più grande regista e non lo sono. Come faccio a non essere in conflitto con me stesso?».
Si è dato obiettivi ambiziosi.
«Ma no, gli obiettivi ce li danno gli altri. Tutt’al più aspiriamo all’immortalità».
Si sente all’altezza di questa frase?
«Mi sento all’altezza dell’ironia che quella frase nasconde. Altrimenti è delirio. E poi non credo di aver danneggiato il teatro. Qualche spettacolo mi è venuto bene, qualche altro male».
Perché è così severo?
«Perché il teatro è tra le cose più difficili da realizzare. Adesso sto portando in giro per l’Italia (fino a stasera sono al Quirino di Roma) L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello».
Che regista ritiene di essere?
«Uno che studia molto. Non arrivo al primo giorno di prove senza sapere tutto. Strehler improvvisava, mentre faceva creava. La mia formazione morale è tutta nell’insegnamento di Orazio Costa. Ma è pur vero che non esisterei come regista senza Strehler».
Quanta nevrosi le scatena il teatro?
«Tanta, poiché metto tutto quello che ho. Il teatro è il luogo dello sguardo. E della svelatezza, di cui parlavano i greci. Non avevano bisogno dei libri e della psicoanalisi».
Oggi ci si cura di più con la lettura o con l’analisi?
«La lettura, non quella professionale cosparsa dai vari Shakespeare, Molière, Goldoni, Pirandello. La lettura che ti libera la mente. Fin da piccolo fu per me un modo per combattere l’insonnia».
E l’analisi?
«Mai praticata. Forse per un senso di orgoglio o supponenza: chi sei tu da accogliere i miei segreti? Mi tornano in mente quei vecchi preti dentro il confessionale. Tra gli psicoanalisti, professionisti dell’impalpabile, conobbi abbastanza bene Franco Fornari».
Era di scuola freudiana e allievo di Cesare Musatti.
«Mi onorò della sua amicizia. Viveva a Milano. Gli telefonai e gli chiesi se potevo andare a trovarlo. Notai che la stanza nella quale mi ricevette era semibuia. Poi compresi che era quasi cieco. Il suo libro sul “coinema” conteneva una tesi innovativa per il teatro».
Cosa significa “coinema”?
«Fornari legava questa espressione al linguaggio affettivo. Come dire: alla parte notturna del linguaggio. Nel momento in cui comunichiamo lo facciamo sia in base a una costruzione logica del pensiero che affettiva, emozionale. Fornari aveva scoperto che questa doppia maniera che abbiamo di esprimerci si potesse applicare all’arte. In qualche modo, a me parve naturale estenderla al teatro».
Si può estenderla anche ai rapporti privati.
«Indubbiamente».
Come sono stati i suoi affetti privati?
«Tumultuosi».
Il più tumultuoso forse è quello con Monica Guerritore.
«Ci siamo amati e detestati. Per poi riscoprire la normalità di certe relazioni. Né più né meno di quanto accade ovunque. Sono al terzo matrimonio, dovrei dirle che credo nella tradizione. In questo mi sento profondamente siciliano».
Cosa cerca in un amore?
«Forse il desiderio di sopprimere simbolicamente l’amato. Vorrei che ciò che amo fosse sempre diverso da come è. Questo vale per le persone ma anche per i luoghi».
È una forma di possesso, estremo e sfuggente.
«Non posseggo nulla, sono semmai posseduto. Mi chiedeva dell’analisi. Non è che non creda alla psicoanalisi. Ma sono abbastanza forte da dominare i miei demoni. Mi posseggono ma non mi vincono».
Cosa le fa credere che alla fine abbia avuto la meglio?
«La passione per quanto possa essere travolgente non mi conduce mai wertherianamente alla morte. La passione è un passaggio nell’acuità della vita. E quando passa le tensioni svaniscono. Accennavamo agli amori. Dopo una certa età non ci sono più amori passati, ma persone con cui si è condivisa una parte della vita. E il tempo, se sei scottato, è una grande medicina».
Pare la conclusione di un narciso inconsapevole di esserlo.
«Se narciso è colui che ricongiungendosi con la propria immagine prende coscienza di sé, sono narciso. Ma non lo sono nel senso banale della persona innamorata di sé. E poi raramente mi guardo in uno specchio. Non mi sono mai piaciuto e continuo a non piacermi».