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 2016  dicembre 18 Domenica calendario

Cronache da Verdun. La battaglia infinita

La battaglia più lunga della Grande Guerra iniziò il 21 febbraio 1916, sulle propaggini di un vasto altopiano brullo a nord est della città di Verdun, sulla Mosa. L’altopiano costituiva un bastione francese sul Fronte Occidentale, che penetrava in profondità in territorio tedesco. Le fonti di intelligence da settimane avvertivano dell’imminenza di un attacco. Furono inviati rinforzi, ma in numero insufficiente e in ritardo. Le fortificazioni costruite quasi a ingabbiare Verdun dopo la disastrosa guerra franco-prussiana del 1870 erano sguarnite di uomini e armi. Dal 1914 erano state ritirate più di cinquanta batterie di artiglieria. Le guarnigioni erano state decimate; a Douaumont, una guarnigione di cinquecento uomini era stata ridotta a sessanta, una miseria.
Queste forze residue furono oggetto del bombardamento più pesante della storia bellica. Il primo giorno si abbatterono sulla roccaforte un milione di bombe tedesche, cancellando le postazioni e le comunicazioni francesi. Le esplosioni si succedettero incessanti al punto che sembrava che la terra eruttasse fuoco e acciaio. Al crepuscolo i reparti tedeschi armati di lanciafiamme avanzarono in terra di nessuno. Alcune unità mantennero la loro posizione. Il generale Joffre, capo di stato maggiore dell’esercito francese, sospettava che si trattasse di un diversivo per distrarre gli alleati da un attacco altrove. Effettivamente non era così chiaro il motivo per cui la sua controparte tedesca, il generale Falkenhayn, avesse scelto come obiettivo proprio Verdun. Con le sue formidabili difese il bastione non era particolarmente vulnerabile. Non era funzionale all’avanzata su Parigi, né aveva valenza di simbolo della resistenza francese.
Con l’avanzare dei tedeschi Joffre e il suo stato maggiore si chiesero se valesse la pena difendere la roccaforte. Il primo ministro, Aristide Briant, fugò ogni dubbio. Alla caduta di Douaumont, il 25 febbraio, Briant disse a Joffre che Verdun era fondamentale per il morale nazionale. Avrebbe trascinato nella sua caduta teste importanti. La difesa fu condotta dal generale Petain, il cui motto era Ils ne passeront pas! Non passeranno! Fanteria e artiglieria vennero coordinate. Imponenti risorse affluirono al bastione lungo una tortuosa via posteriore: un miracolo di logistica dei trasporti.
L’avanzata tedesca da nord est fu fermata alla fine di febbraio. Venne quindi sferrato un attacco da nord, che si trascinò fino all’estate con sanguinosi combattimenti. La crisi peggiore si ebbe a giugno, quando i tedeschi arrivarono a tre o quattro chilometri da Verdun. Le offensive sferrate dai britannici ( la Somma), dai russi ( l’offensiva Brusilov) e dagli italiani (la sesta battaglia dell’Isonzo) sollevarono in parte le sorti della guerra. Falkenhayn fu sostituito in agosto da Hindenburg, che non era interessato a Verdun. Durante l’autunno la Francia riconquistò posizioni importanti. Il riuscito contrattacco di metà dicembre, con la relativa riconquista di buona parte del territorio, spesso viene considerato l’atto conclusivo della battaglia, ma i francesi continuarono per un altro anno a tentare di riconquistare tutto. Al suo arrivo sul campo, nell’agosto 1917, un autista americano di ambulanza disse “Verdun passerà alla storia come il mattatoio del mondo”. La battaglia costò circa trecentomila vite. Le vittime in totale furono quasi un milione.
Il mito patriottico di Verdun nacque in battaglia. Un poeta francese scrisse nel giugno 1916 “Ecco la profanazione dei secoli e dell’Europa/ le termopili atlantiche dell’Occidente…”. I giornalisti, che non avevano accesso al fronte, esaltavano l’eroica resistenza dei poilus (fanti) contro le orde teutoniche. Le truppe odiavano quel genere di propaganda, ma Verdun era davvero un vanto nazionale. Nella battaglia non furono coinvolti direttamente altri alleati, essa vide più che mai i soldati francesi in azione. La Francia vinse perché la sua sconfitta non fu netta.
Ma Verdun ha valenza sovranazionale. Con il delinearsi della natura e delle dimensioni della battaglia divenne sinonimo dell’orrore senza precedenti della Grande Guerra. Il veterano Gabriel Chevallier ricordava che i sopravvissuti “parlano di Verdun in preda a un orrore particolare… Non ricordano altro che terrore e follia”. A parte il pericolo costante e il sudiciume, la battaglia si distinse come caotica e insensata. Le comunicazioni erano distrutte; i reparti perdevano i contatti lungo linee sfondate; il terreno era spesso amorfo. In assenza di trincee gli uomini usavano le buche scavate dalle bombe accalcandosi nel fango per cercare riparo. Il caporale Louis Barthas dopo un’azione scrisse che “nessuno in realtà sapeva se avessimo di fronte i tedeschi o i francesi”. Verdun era un mondo a sé, fatto di dolore e morte, in cui non c’era possibilità di salvezza e nulla aveva senso.
All’inizio dell’estate la battaglia seguì dinamiche proprie. In origine l’obiettivo di Falkenhayn era risucchiare le forze francesi e tentare gli alleati a lanciare offensive premature in Artois, Champagne o Alsazia. Fallite queste, la Germania avrebbe attaccato a suo piacimento, rimettendo in movimento il fronte bloccato. Però non accade nulla di tutto ciò e Falkenhayn dopo la guerra sostenne, mentendo, che il suo obiettivo era l’Ausblutung ossia “dissanguare il nemico”. Le perdite francesi avrebbero mutato le sorti della guerra a favore della Germania. Il vero obiettivo non era territoriale, bensì l’eccidio fine a se stesso. La menzogna sull’Ausblutung ebbe credito perché corrispondeva all’assurdità strategica dell’attacco e all’inferno di una battaglia che agli occhi dei soldati sembrava autogenerarsi senza fine. Durante l’undicesima battaglia dell’Isonzo, il colonnello Gatti, storico ufficiale presso il Comando supremo, scrisse: “Mi sento qualche cosa che crolla dentro, io non potrò resistere a questa guerra, nessuno di noi potrà resistere: è proprio senza confine, ci stritolerà tutti”. Gli uomini a Verdun vivevano quotidianamente questa totale disperazione.
La valenza di testimonianza dello sterminio causato dalla Grande Guerra spiega forse il motivo per cui Verdun è diventata il luogo in cui i leader francesi e tedeschi si promettono reciproca pacifica cooperazione nel centro di un’Europa in pace. Famosa è la stretta di mano tra Francois Mitterand e Helmut Kohl a Douaumont nel 1984. Nel 1986, in occasione del settantesimo anniversario della battaglia, Mitterand rivolse un accorato appello ai leader dell’Unione europea: “Fate l’Europa! La storia attende”. Quest’anno Francois Hollande e Angela Merkel hanno celebrato il centenario accendendo una “fiamma eterna” a Douaumont. La cerimonia è stata scialba e non ha certo giovato il lapsus di Hollande, definitosi lieto di trovarsi con Merkel “a Berlino”. La realtà istituzionale dell’Europa di oggi è meno entusiasmante rispetto alle visioni dell’Europa di una generazione fa. La memoria di Verdun può perdere il suo potere di monito.