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 2016  dicembre 17 Sabato calendario

La cultura aiuta il made in Italy. Intervista a Marina Valensise

Marina Valensise, classe 1957, è una storica firma del Foglio ma, prima ancora, una francesista di formazione, avendo fra l’altro lavorato per un decennio con lo storico François Furet a Parigi. Ha appena pubblicato con Marsilio un lavoro dal titolo singolare: La cultura è come la marmellata.
Ma già dopo le prime delle sue 147 pagine, la singolarità svanisce: si tratta di un puntuale e suggestivo resoconto della direzione dell’Istituto Italiano di cultura a Parigi, per quattro anni, dal 2012 allo scorso agosto. Una cronaca avvincente di come l’Hôtel del Galiffet, prestigiosa sede dell’Istituto, si sia trasformata in un grande laboratorio di promozione dell’Italia e della sua cultura. Un racconto che suggerisce anche molto riflessioni sul modo di gestire, oggi, il patrimonio culturale del nostro Paese.
Domanda. Valensise, il libro è il diario di una piccola-grande rinascita.
Risposta. A cominciare dalla valorizzazione di un luogo, direi. Ho cercato di fare di quella sede il punto di irradiazione della cultura italiana in senso esteso.
D. Ossia?
R. Ossia non solo quella dei grandi classici, non solo Dante, Petrarca, di Machiavelli o di Galilei, e non solo del grande patrimonio archeologico o del genio rinascimentale, ma un’idea diffusa di cultura che ci rende unici nel mondo, un’idea fondata su quella dote inconsapevole che ogni mattina fa accendere una lampadina nella testa di noi italiani, consentendoci di trovare soluzioni nuove e eleganti a problemi complessi.
D. Una cultura diffusa.
R. Un’idea di cultura che appartiene all’antropologia, che definisce un carattere nazionale e di cui siamo spesso inconsapevoli. Eppure nel mondo vogliono mangiare italiano, vestire italiano, abitare italiano.
D. La formula è stata innovativa: riempire il prestigioso palazzo di produzioni made in Italy, per farne una sorta di esposizione permanente, da promuovere durante gli eventi e le manifestazioni dell’istituto.
R. Tanti piccoli e medi imprenditori italiani fanno cose che incantano il mondo. Noi abbiamo lavorato sull’idea di farli partecipare direttamente, ma non con la logica della sponsorizzazione o della raccolta fondi, per ottenere soldi in cambio di un semplice il bollino.
D. Perché questa modalità non andava bene, Valensise?
R. Anziché chiedere soldi alle imprese, già tartassate dal fisco, abbiamo promosso la loro partecipazione diretta, attraverso il project financing, che consente risultati più efficaci. Ho detto loro: «Questo è il nostro programma, vi interessa? Mettete a disposizione dell’Istituto i vostri prodotti di eccellenza, e in cambio avrete la possibilità di utilizzate questo bellissimo palazzo, una o due volte all’anno, per farvi conoscere.
D. Non la solita formula: date i soldi per la cultura.
R. Nooo, niente questue col cappello in mano: ma uno scambio trasparente, di utilità reciproca, per produttori di vino, coltivatori, produttori di lampade, di tessuti, di cucine, di cappe di aspirazione, di macchine utensili e così via.
D. È il modo di mangiare con la cultura, secondo la famosa frase spesso evocata, o c’è dell’altro?
R. Un’istituzione culturale deve essere produttiva, deve tenere i conti i ordine, evitare di accumulare le perdite. I musei non possono produrre utili, lo sappiamo bene, non sono l’industria del cinema. Si tratta solo di calibrare l’offerta, di metterla al servizio del pubblico, di renderla appetibile, friendly come si dice in inglese, non respingente.
D. I nostri musei lo sono?
R. Beh certi sì, mi scusi ma alcuni restano luoghi poco invitanti, malgrado il grande interesse per le opere che conservano. Anche se...
D. Anche se?
R. Anche se un museo ha una sua specifica natura, non mi fraintenda, e non può certo diventare un supermercato. D’atra parte, la realtà italiana è fatta di tanti piccoli musei, in luoghi dove magari le chiavi le tiene una custode che te le consegna mentre sta cucinando il sugo. Pur rispettando le caratteristiche del genius loci, potremmo migliorare l’accesso al nostro patrimonio culturale.
D. Qual è la formula, allora?
R. Comprendere che il nostro patrimonio è un bene e un immenso privilegio, perché è il substrato su cui si fonda la nostra produttività, la nostra inventiva, quella che ci fa conquistare i mercati, grazie alle migliaia di imprenditori che sono la colonna vertebrale di un sistema e di un Paese che, da tra millenni, offre una testimonianza ininterrotta di civiltà dove la cultura e la storia si uniscono a un paesaggio unico al mondo per varietà e ricchezza.
D. Non affatto è semplice, in Italia. Ricordo che quando il povero Alberto Ronchey, diventato ministro dei Beni culturali, cominciò a cambiare qualcosa, i puristi si stracciarono le vesti.
R. Ah, lo so bene, essendo stata a capo della sua segreteria particolare. La legge 4/93 ha introdotto nei musei la gestione privata degli servizi aggiuntivi ossia i ristoranti, i bookshop, il marchandising. Fu una piccola rivoluzione prodotta da quattro articoli di legge, che permisero di liberare un sistema ingessato, in balia dei sindacati e di norme obsolete, aprendo la strada all’interazione pubblico-privato.
D. Appunto. Ma i talebani resistono: se un’opera va in prestito succede la rivoluzione.
R. Bisogna distinguere bene. La politica dei prestiti, a volte, è stata dissennata: si sono fatte mostre solo per far viaggiare i sovrintendenti, che forse non l’avevano fatto da giovani con l’Interrail. E capisco, in parte, le ragioni dei guardiani dell’ortodossia. Ma sulla base della mia esperienza parigina, io sostengo che pubblico e privato possono convivere e operare in vista di scopi comuni.
D. Come?
R. Da un lato, bisogna abbandona la cultura del sospetto verso il mercato, quella che paralizza la Pubblica amministrazione e, dall’altro, occorre circoscrivere l’eccesso di autoreferenza dei privati che aspirano a fare di testa loro, senza considerare i vincoli e la visione della PA.
D. Insomma né fautrice del mercato, né purista?
R. Chi vorrebbe solo privatizzare, trascura il concetto dii demanio pubblico inalienabile, senza il quale non sarebbe possibile la tutela patrimonio. I coccetti, cioè, non si possono mettere in vendita. Le vestali dei beni culturali, però, non possono restare prigionieri dell’idea di indisponibilità e di e inalienabilità del patrimonio, perché quel patrimonio rischia, per assenza di risorse, di consumarsi e estinguersi.
D. Basta guerre?
R. Bisogna farla finita col bellum omnium contra omnes: meglio sedersi intorno a un tavolo, e ragionare su obiettivi comuni a partire da vincoli chiari.
D. Lei ha Parigi lo ha fatto?
R. Altroché. Abbiamo imposto vincoli draconiani. Una volta, un nostro partner s’era mosso in autonomia, stabilendo quali imprese e quali prodotti portare, senza condividerli con l’Istituto.
D. E lei?
R. E io minacciai di annullare tutto, spiegando che, in quel luogo, non si potevano esporre le lampade del mercato di Piazza Vittorio a Roma, ma solo prodotti di qualità, innovativi e ad alto valore aggiunto.
D. Patti chiari, amicizia lunga.
R. Non si abdica da certi vincoli: le stesse aziende hanno l’interesse a condividere un progetto pubblico che offre loro la possibilità di servire il Tricolore, rappresentando l’eccellenza industriale e artigianale italiana.
D. Questo suo libro può essere una ricetta per l’Italia?
R. Spero che potrà servire ai 90 istituti di cultura nel mondo, anche se non tutti dispongono di sedi prestigiose come quello di Parigi. È chiaro che il contesto condiziona, quello che si può fare a Berlino forse non si può fare a Ankara. Per quanto riguarda le altre istituzioni in Italia, le possibilità sono infinite, ma ogni galleria d’arte, ogni museo è storia a sé, e merita un’attenzione particolare.
D. L’altro corno della vicenda, nella valorizzazione del patrimonio, sono le regole della Pubblica amministrazione.
R. Io penso che l’inefficienza non sia un destino: le cose possano cambiare, ma se la volontà politica è carente, bisogna accontentarsi del piccolo cabotaggio. Spesso l’inefficienza è figlia della demotivazione, che si può debellare stabilendo nuovi obiettivi, rispettando le persone con cui si lavora, premiandole ma anche sanzionandole. Sa cosa fece Ronchey, da poco arrivato al ministero?
D. Racconti.
R. I commessi si presentavano al lavoro indossando magliette sdrucite e pantaloni da contadini addetti all’orto. Ronchey reintrodusse la marsina, e appena arrivò pretese per i commessi un’elegantissima divisa nera con le code. E non era un periodo facile, mi creda, erano gli anni delle stragi contro il patrimonio: dalle bombe contro l’Accademia dei Georgofili a Firenze a quelle in San Giorgio al Velabro, a Roma.
D. Però il Collegio romano, sede del ministero, doveva ritrovare la sua dignità.
R. E Ronchey era uno che telefonava direttamente ai funzionari. Anzi, spesso, usciva dal suo studio per andare ad aprire la porta all’improvviso degli uffici del Ministero.
D. La produttività ne beneficiò, immagino. Per finire, devo farle una domanda personale, però.
R. Prego.
D. Ricordo le polemiche che infuriarono anche sul suo nome, quando il ministro degli Esteri, Franco Frattini, la scelse per Parigi. Le si imputava di essere la sorella del nostro ambasciatore a Berlino. Questo libro, resoconto di un’impresa vera e propria, è un po’ una revanche?
R. Pur essendo calabrese non sono permalosa (ride). Feci i complimenti agli amici del Fatto quotidiano per la loro inchiesta sulla «parentopoli legalizzata»: anch’io ho in odio i privilegi e la casta intendiamoci,
D. Ma?
R. Ma non farei di tutta un’erba un fascio. Perciò, visto che avevo studiato anni in Francia, scritto vari saggi e conoscevo bene la società intellettuale francese, mi limitai a mandare al Fatto un mio breve curriculum come supplemento di informazione. Adesso però mi guardo bene dal pretendere chissà che Difendo la libertà di espressione: il conflitto è libertà. Ma solo la verità rende liberi.
D. E quindi cos’è stato questo libro?
R. Un rendiconto su come e perché e con quali risultati sono stati spesi i soldi dei contribuenti per promuovere la cultura e la lingua italiana negli ultimi quattro anni a Parigi, in un periodo di crisi finanziaria oltretutto.
D. Al ministro Dario Franceschini ha mandato il suo libro?
R. Certo. Aveva in programma di presentarlo a Roma lunedì scorso a Roma, alla Galleria Nazionale, ma ha dovuto rinunciare a causa del giuramento del nuovo governo.
D. Recupererete.
R. Spero proprio di sì. Con Franceschini, che sta facendo un ottimo lavoro, e siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Le sue linee guida e molte delle mie idee s’ispirano a un comune sentire.