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 2016  dicembre 17 Sabato calendario

Virginia Raggi

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Alessandro Trocino per il Corriere della Sera
M5S dilaniati, pronti ad abbandonare la sindaca
Sopire e troncare, salvando il soldato Raggi, o far saltare il tavolo, portandosi via il simbolo e ponendo le premesse di una disfatta ben poco onorevole nella città simbolo dei 5 Stelle? Il dilemma amletico coglie Beppe Grillo con il teschio della Capitale in mano. La prima reazione è quasi un urlo rabbioso nei saloni ovattati dell’Hotel Forum: «Non possiamo perdere Roma». Ma la giornata è lunga e davanti a lui sfilerà una teoria di parlamentari, imbufaliti dal pallido mea culpa di Virginia Raggi, e pronti a dar battaglia. Contro la sindaca, ma anche contro Luigi Di Maio, considerato tra i responsabili della palude romana. Alla fine della giornata il pendolo oscilla decisamente contro la sindaca, con l’ipotesi di sospenderla o di toglierle il simbolo. La sua sorte sembra appesa a un filo. E nella notte la sindaca convoca improvvisamente i consiglieri in Campidoglio.
Grillo e Raggi in giornata si sentono più volte. Lui le dice: «Ti avevo detto che finiva così». Lei replica: «Scusa, mi sono sbagliata, ma non potevo saperlo. Sembrava così intelligente, sapeva i regolamenti a memoria. Quando uscirono le inchieste mi rassicurò». I due concordano la frase della conferenza stampa: «Probabilmente abbiamo sbagliato. Mi dispiace nei confronti dei cittadini romani, di M5S e di Beppe Grillo, che aveva sollevato qualche perplessità».
Mediazione che non viene rispettata fino in fondo, a cominciare dal «probabilmente». La sindaca è intenzionata ad andare avanti: «Cosa possono farmi? Togliermi il simbolo? Se lo fanno, vado avanti comunque». Ma in serata il consulto di Grillo con i consiglieri comunali viene considerato una conta: nel caso di showdown, chi resterà al fianco della sindaca?
Nel pomeriggio esplode la rivolta, su Facebook. Comincia Roberta Lombardi, che definì Marra «il virus che infetterà il Movimento». Fu lei, scrive Emiliano Fittipaldi sull’ Espresso, a denunciare Marra in Procura, il 22 novembre. La Lombardi in Transatlantico sorride: «Io sono brava a trovare i virus. Ma meno male che ci sono i giornalisti d’inchiesta». Su Fb incolla una citazione di Martin Luther King che parla di vigliaccheria e invita a «prendere una decisione». Post condiviso da Roberto Fico, Paola Taverna, Carla Ruocco e Nicola Morra. Nucleo di antagonisti rispetto a Luigi Di Maio. Un violentissimo Giuseppe Brescia arriva a parlare di «piccolo stratega». Tra i più arrabbiati, i siciliani sotto accusa per il caso «firme false». Riccardo Nuti, che attacca la logica di cercare «chi spacca in tv». Riferimento ad Alessandro Di Battista, che dopo aver fatto asse con Di Maio, ieri si è tenuto alla larga dalla mischia. Furente Taverna: «Le scuse della Raggi non bastano».
Che fare? In vicinanza si ode il tintinnare di nuove manette e le voci di un avviso di garanzia per la sindaca. «Il soldato Raggi» potrebbe finire sacrificato. Ma a che prezzo? Andare ad elezioni in primavera così rischia di far perdere anche le Politiche. Ma anche Di Maio sembra abbandonarla al suo destino. E Grillo ormai non si fida più, mentre Casaleggio ha ancora dubbi. Sembra finito il tempo delle scuse.

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Fabrizio Roncone per il Corriere della Sera

La solitudine di Virginia senza più fedelissimi. «Beppe, viene giù tutto»

Virginia Raggi riceve la telefonata di Beppe Grillo alle 10 del mattino (forse anche qualche minuto prima, sull’orario esatto la fonte non è riuscita ad essere più precisa).

Il sindaco, nel suo ufficio con struggente vista Fori, dove i topi banchettano nell’immondizia tra i turisti sgomenti, vede comparire il nome del capo sul display del cellulare.

Sa cosa l’aspetta.

Dimenticatevi il Grillo che provoca, irride, squassa, con lo stile del comico: certe volte, quando è furioso, diventa serio e durissimo. La voce gli diventa ancora più sottile, aumenta l’inflessione genovese, le parole sono lame.

E adesso è proprio furioso.

Parla solo lui (le rimprovera di essere circondata da personaggi ambigui, di aver coinvolto il Movimento in tragiche storie di tangenti, di assistere inerme all’agonia della città: le intima di trovare un rimedio, fino ad evocare il ritiro del simbolo).

Lei, muta.

Lui si placa solo dopo un po’.

A questo punto, Virginia Raggi balbetta qualcosa il cui senso è: ti chiedo scusa. Poi, in un sussurro: «Dio mio, Beppe... Qui adesso viene giù tutto».

Inizia a tremare, tossisce. Grillo, ancora in linea, la sente chiedere un po’ d’acqua. E intuisce. Le dice di non perdere la calma. In queste situazioni, l’ultima cosa da fare è perdere la calma. Ci penseranno loro, a buttare giù due righe da leggere ai giornalisti.

Virginia Raggi spegne il cellulare e resta sola.

E non è un modo di dire.

Raffaele Marra — il suo fidato braccio destro — gliel’hanno arrestato; Paola Muraro, assessore all’Ambiente, che avrebbe dovuto risolverle il drammatico problema dei rifiuti, indagata per reati ambientali si è dovuta dimettere; Salvatore Romeo, il capo della sua segreteria politica, è dentro i fascicoli della Procura che sta accertando eventuali abusi sulle nomine.

Questo Romeo è un tipo del genere funzionario-piacione, modi risoluti, cravatte colorate: la Raggi spesso lo incontra sul tetto del Campidoglio (i fotografi, avvertiti, si sono appostati e li hanno pizzicati); era già dipendente comunale con uno stipendio da 39 mila euro, ma con l’arrivo della Raggi si è messo in aspettativa per poi farsi assumere — da lei — con un contratto di consulenza che sfiorava i 120 mila euro (poi scesi a 93).

Romeo ora irrompe nella sua stanza: «Siamo assediati». Giù, sulla piazza, sono arrivati i primi manifestanti. Qualche fan dell’ex sindaco Ignazio Marino, militanti di Fratelli d’Italia, fascisti di Casa Pound. Agenti dietro alle transenne: e poi fotografi, cameraman, cronisti.

Conferenza stampa convocata cinque minuti dopo l’arrivo del testo scritto dai vertici del M5S.

Raggi pallida, le occhiaie sotto il solito sguardo indecifrabile. Legge veloce. Ripete «mi dispiace» tre volte. «Per i romani, per il Movimento e per Grillo». Aggiunge: «Ci siamo fidati e probabilmente abbiamo sbagliato. Però Marra non è un politico, è solo uno dei 23 mila dipendenti del Comune». Poi butta lì la bugia: «E non è il mio braccio destro» (ma a Grillo disse: «Se la Lombardi vuol farlo fuori, io me ne vado»).

Comunque non è una conferenza stampa. Non sono previste domande. La Raggi china la testa e se ne va. Sparisce in un corridoio. Tutti contiamo di rivederla al suo posto, nel consiglio comunale che inizierà a breve.

E invece no.

Nell’aula Giulio Cesare, lei non viene.

Appresa la notizia, i consiglieri di FdI esibiscono cartelli su cui hanno scritto: «Onestà». Quelli del Pd, guidati dal capogruppo Michela Di Biase, vanno a sedersi per protesta sugli scranni della giunta e, per questo, vengono espulsi dal presidente dell’assemblea, il grillino Marcello De Vito. Fischi, spintarelle. Accenno di bolgia. Dal pubblico: «Raggi incapace!». In un angolo, Roberto Giachetti: «Li sente? Le urlano che è incapace. Mi sembra giusto: deve prevalere il bilancio politico».

La Raggi, intanto, è chiusa nel suo ufficio (ha appena saputo che anche l’assessore all’Urbanistica Paolo Berdini medita di dimettersi).

Entra Romeo e cerca di guadagnarsi il grasso stipendio. «Virgì, non devi farti beccare dai giornalisti…». Poi chiama la scorta. «Il sindaco stasera va via da un’uscita secondaria, intesi?».