La Stampa, 19 dicembre 2016
La posta in gioco sono i risparmi di 200 mila famiglie
Alla fine, se Monte dei Paschi si salverà sarà merito dei piccoli risparmiatori. Dei 42 mila obbligazionisti subordinati e dei 155 mila piccoli soci della banca. Il complicato incastro al quale ancora in queste ore stanno lavorando i vari soggetti coinvolti dipende infatti in primo luogo da quanta parte del prestito da 2,1 miliardi emesso nel 2008 e collocato interamente «allo sportello», presso i piccoli clienti e correntisti di Mps, verrà convertito in azioni.
L’alternativa è solo l’intervento pubblico, con la conseguente «tosatura» di azionisti e titolari dei bond subordinati. Ovvero, al netto degli investitori professionali, circa 200 mila famiglie che nei titoli (azioni e bond) Mps avevano investito in tutto o in parte i propri risparmi.
I segnali che arrivano dall’Europa non sono però confortanti. Ieri Christoph Schmidt, uno dei consiglieri economici della cancelliera tedesca Angela Merkel, ha detto in un’intervista che il salvataggio di Mps «dovrebbe avvenire secondo le regole concordate, cioè i creditori della banca devono contribuire al soccorso, non il contribuente». È il principio del «burden sharing», pensato nel 2013 per salvaguardare i contribuenti senza pensare agli effetti sui piccoli risparmiatori.
O ai casi come quello italiani dove, nel decennio passato, sono stati venduti alle famiglie come sicuri prodotti rischiosi come le obbligazioni subordinate. Parole, quelle del consigliere della Merkel, non sorprendenti per il contenuto, ma significative per il tempismo: oggi parte la raccolta degli ordini per l’aumento di capitale che si concluderà giovedì alle 14. Non c’è il consorzio di garanzia, ovvero gli istituti che stanno vendendo le azioni e non hanno nessun obbligo di acquistare la parte invenduta.
Se i risparmiatori accorreranno in massa all’offerta di scambio partita in queste ore e che si concluderà invece mercoledì (sempre alle 14), sarà però andato a posto il primo pezzo. Il secondo pezzo è il cosiddetto «anchor investor», un socio forte che prenda una fetta consistente dell’aumento. Dopo l’insediamento del governo Gentiloni, con la sostanziale continuità rispetto a Renzi e la permanenza di Pier Carlo Padoan all’economia, Jp Morgan è tornata a bussare alle porte del fondo sovrano del Qatar, che aveva vincolato il suo interesse all’esito del referendum.
Nelle ultime ore sarebbe venuto a mancare invece un altro passaggio fondamentale: la possibilità per il Tesoro di partecipare all’aumento prendendo una quota superiore al 4% che detiene adesso. I contatti con Bruxelles hanno chiarito la linea della Commissione.
La tutela dell’investimento, principio sulla base del quale il ministero dell’Economia contava per investire nell’aumento una cifra tra i 500 e gli 800 milioni nell’ambito della soluzione privata, vale solo fino al 4% che il Tesoro già detiene in Mps. Ovvero, niente «paracadute» sull’aumento e un contributo di appena 200 milioni di euro sui cinque miliardi dell’operazione. La speranza delle banche coinvolte è che dalla conversione dei bond arrivino in totale almeno 2,5 miliardi. Un miliardo dall’anchor investor e 200 milioni di Tesoro fanno 3,7 miliardi. Dal mercato dovrebbero arrivare dunque 1,3 miliardi. L’offerta è strutturata in maniera tale che il 65% è riservato agli investitori istituzionali, mentre il 35” è destinato al pubblico indistinto in Italia. Ovvero, ancora una volta i piccoli risparmiatori.
Oggi un consiglio di amministrazione della banca farà il punto sullo stato di avanzamento dei lavori. Ma l’appuntamento principale per i consiglieri è venerdì pomeriggio, quando il cda è convocato per analizzare i risultati dell’aumento e della conversione e trarne le conseguenze. Se tutti i pezzi saranno andati a posto, la banca guidata da Marco Morelli andrà avanti con lo scorporo delle sofferenze forte di 5 miliardi di nuovo capitale. In caso contrario, partirà venerdì stesso la richiesta di aiuto al governo. E la tosatura dei piccoli risparmiatori.