Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2016  dicembre 19 Lunedì calendario

Appello ai grandi elettori «infedeli». L’ultima carta dei disperati anti-Trump

All’una del pomeriggio nei loro rispettivi Stati dall’Atlantico al Pacifico, dai Grandi Laghi al Golfo del Messico, 538 persone realizzeranno con il loro voto il sogno dei 63 milioni di americani che hanno vinto le elezioni presidenziali e l’incubo dei 66 milioni che hanno perso pur essendo maggioranza. Oggi, 19 dicembre, Donald J. Trump, settantenne miliardario di New York coronato dalla “coiffure” più celebre del mondo, sarà finalmente e definitivamente eletto Presidente degli Stati Uniti d’America dal “Collegio elettorale”, dalle donne e dagli uomini che dovranno trasmettere a nome e per conto di 50 Stati e della capitale Washington la scelta espressa dai votanti. Ma che potrebbero – e niente nella Costituzione glielo vieta – ignorare quell’indicazione, votare per chi vogliono e ribaltare “the apple cart”, il carretto delle mele elettorali.
Non lo faranno, perché la vittoria di Donald è stata netta e soltanto la valanga di voti in California ha sbilanciato il totale dei suffragi: senza di essa, Trump avrebbe un milione e mezzo divoti più di Hillary negli altri 49 Stati e comunque nel sistema elettorale Usa, come in un campionato di calcio, non conta quanti goal si segnano, ma quante partite si vincono. O almeno non lo faranno in un numero sufficiente per annullare il vantaggio di 306 contro 232 “superelettori” accumulato da Trump vincendo la maggioranza in trenta stati su cinquanta e dunque mettendosi al riparo da “elettori infedeli”. E neppure la frenetica, quotidiana campagna condotta dagli irriducibili politicanti, opinionisti, costituzionalisti, star del cinema e dello spettacolo si è mai illusa davvero di persuadere gli almeno 37 “grandi elettori” necessari per rovesciare la maggioranza. Il loro assalto ha finora prodotto una sola defezione dal campo trumpista, un delegato texano e le dimissioni di un altro. La carica della cavalleria democratica a Fort Trump ha le stesse probabilità di successo dell’attacco dei cavalleggeri polacchi contro i panzer tedeschi nel 1939.
Ma ha raccolto, nel proprio valore disperatamente e irrealisticamente simbolico, la stessa passione e le stesse ironie di tutti i “bei gesti” condotti per testimoniare l’ansia, spesso l’angoscia, di quei milioni di cittadini che hanno visto sbigottiti vincere un personaggio rassegnato lui stesso, come oggi rivelano i giornali, a perdere. Candidati sconfitti, come la “verde” Jill Stein accreditata di un inutile milione e mezzo di voti, ha speso 7 milioni di dollari per organizzare la riconta nello Stato del Wisconsin e la sconfitta di Clinton è risultata ancora più ampia. Gruppi di pressione Demoratici hanno finanziato l’invio di 45 mila email e tweet “robot” a 30 delegati Repubblicani vacillanti, per ricordare i colossali conflitti di interesse del futuro presidente, il ruolo che la Russia potrebbe avere avuto nella campagna anti Clinton secondo quella Cia divenuta improvvisamente l’eroina dei progressisti che la aborrivano. Sono nati gli immancabili siti di “fake news”, la peste dei falsi via Internet, per annunciare che 30 repubblicani erano pronti a voltare gabbana. Guerriglia da “Mau Mau” politici, l’ha definita il Wall Street Journal, violenta e rozza, come tutto in questa viscerale stagione politica ridotta a duelli di “pancia contro pancia”.
Il forte del “Collegio elettorale” ha tenuto e i 306, che si riducano di qualche cifra poco importa, trasmetteranno questa sera al Parlamento per corriere speciale le schede con i nomi del presidente, Donald J. Trump e del suo vice, Mike Pence. Il 6 gennaio il Congresso ratificherà il risultato e il 20 il 45esimo presidente giurerà fedeltà a quella Costituzione grazie alla quale ha vinto, pur ottenendo quasi 3 milioni di voti popolari meno della rivale Hillary. Avrà vinto, per deliziosa ironia, grazie a quel meccanismo di intermediazione fra il voto popolare e la presidenza che padri e madri della patria, nell’Assemblea costituente del 1787 avevano eretto per proteggere la nascente repubblica da personaggi come lui. Contro demagoghi «abili nelle miserabili arti della persuasione» secondo la sferzante formula di Alexander Hamilton nei suoi “Federalist Papers”. Il “Collegio elettorale” avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni dei costituenti, una raccolta di individui razionali, diga contro ambizioni autoritarie e imbonitori e non soltanto un esecutore meccanico dei desideri e delle pulsioni popolari. Nella realtà questi “Hamilton Electors”, questi mediatori indipendenti e infedeli non si sono mai materializzati e le indicazioni del voto sono sempre state trasmesse fedelmente, da George Washington a Obama. Trump oggi riceverà il crisma del “Collegio elettorale” dalla maggioranza di Stati che, in ossequio al federalismo, lo ha scelto.
E la cavalleria sconfitta, nella quale galoppa mesto anche Bill Clinton, uno dei delegati per New York, dovrà cercare altri, e per ora vani, assalti a Fort Trump.