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 2016  dicembre 17 Sabato calendario

Si discuteva, subito dopo l’estate, sulle probabilità che la Raggi mangiasse la colomba di Pasqua da sindaco di Roma, e si ammetteva che non erano molte

Si discuteva, subito dopo l’estate, sulle probabilità che la Raggi mangiasse la colomba di Pasqua da sindaco di Roma, e si ammetteva che non erano molte. Stavolta bisognerà rischiare sulle probabilità che mangi il panettone a Natale, visto quello che è successo ieri.

L’arresto di Marra.
L’arresto di Marra e del costruttore Scarpellini, portati di prima mattina a Regina Coeli. L’accusa: corruzione.  

Scarpellini avrebbe corrotto Marra?
Raffaele Marra, 44 anni, ex guardia di finanza, poi con quelli dell’Unire (corse di cavalli), quindi a fianco di Alemanno quando Alemanno diventa sindaco di Roma. Nel 2009 compra da Scarpellini per quattro soldi un appartamento all’Eur. I magistrati lo incastrerebbero anche per questo episodio, se non fosse che è già caduto in prescrizione. Invece non è prescritto ed è all’origine del guaio di ieri l’acquisto dall’Enasarco per 367 mila euro (cifra ridicola, sarebbe da indagare anche l’Enasarco) di 150 metri quadri in via Prati Fiscali 258, a Roma. Appartamento intestato alla moglie Chiara Perico, che nel frattempo ha preso la residenza a Malta come fanno tanti italiani che non vogliono pagare le tasse. Il punto è che Marra non ha tirato fuori di tasca sua neanche quei pochi 367 mila euro: glieli ha dati Scarpellini, con due assegni circolari da 250 mila e 117 mila euro.  

In cambio di che cosa?
Se le ipotesi dei magistrati sono giuste, Marra, che era responsabile delle politiche abitative del Comune, aveva preso in affitto per conto del Campidoglio certi palazzi di Scarpellini, garantendo all’immobliarista introiti per milioni di euro l’anno. Stiamo citando l’inchiesta che il nostro collega Emiliano Fittipaldi pubblicò sull’Espresso lo scorso ottobre. Un sindaco serio, al solo leggere quell’articolo, avrebbe dovuto convocare il suo collaboratore e chiedergliene conto. Ma qui sta uno dei miti infranti dei grillini: i giornali e i giornalisti sono tutti prezzolati e al servizio dei poteri forti, perciò non vale la pena averci a che fare, al punto che, durante un suo comizio a San Giovanni del 2013, Grillo pretendeva di essere circondato solo da giornalisti stranieri. Un effetto di questo pregiudizio cretino s’è visto ieri. Dopo quello che era accaduto, la Raggi ha creduto di potersi presentare ai cronisti, leggere un comunicato penoso in cui si sosteneva che Marra era un qualunque dipendente comunale e non un politico, dunque noi che c’entriamo, e andarsene infine impedendo qualunque domanda. Non s’è poi neanche presentata in consiglio comunale, dove si discuteva il bilancio, e la seduta è finita «in caciara», come si dice a Roma, con le opposizioni che hanno occupato i banchi della giunta, i consiglieri del Pd - tranne Giachetti - espulsi, eccetera.  

Anche Grillo ha sostenuto la tesi che Marra è solo un tecnico, non appartiene ai cinquestelle, dunque «bisogna aiutare Virginia».
Ma se s’è sgolato per tutto l’estate a chiedere a Virginia di buttarlo fuori! Lui e mezzo movimento! Questo mezzo movimento sembra, dalle dichiarazioni di ieri, piuttosto intenzionato a ignorare le raccomandazioni del comico e a portare la faccenda fino in fondo, pretendendo le dimissioni della Raggi, che davanti ai giornalisti ha inutilmente chiesto scusa per i suoi errori. La Lombardi, che ha definito Marra, in tempi non sospetti, il virus che ha infettato il movimento e a un certo punto lo ha denunciato alla Procura della Repubblica, ieri ha detto: «I fatti parlano oggettivamente. Io sono molto fiera di stare dalla parte giusta». Su Fb ha scritto: «La vigliaccheria chiede: è sicuro? L’opportunità chiede: è conveniente? La vana gloria chiede: è popolare? Ma la coscienza chiede: è giusto? Prima o poi arriva l’ora in cui bisogna prendere una posizione che non è né sicura, né conveniente, né popolare; ma bisogna prenderla, perché è giusta». Hanno condiviso, tra gli altri, Fico, Carla Ruocco, Carlo Sibilia, Paola Taverna, Nicola Morra, Michele Dell’Orco e Giuseppe Brescia. La Paola Taverna ha detto: «Le scuse non bastano». È tutta gente convinta che prima la Raggi si dimette e meglio è.  

Che differenza c’è con il caso di Milano?
Sono due storie completamente diverse. La Raggi nei sei mesi in cui è stata al governo della Capitale ha combinato una tale, impressionante serie di pasticci che davvero non sembra possibile, dopo quest’ultimo colpo, che resti al suo posto. Che Marra fosse il suo braccio destro non lo dico io, lo dicono i giudici nelle motivazioni dell’arresto. Ed è agli atti il suo grido ai consiglieri comunali grillini stufi della tirannide Marra: «Se se ne va lui, me ne vado anch’io». A Milano la vicenda è completamente diversa, e probabilmente Sala ha esagerato nell’autosospendersi, una procedura che tra l’altro non esiste. Ma ne riferiamo qui a fianco.