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 2016  dicembre 16 Venerdì calendario

Quella moneta modellata sul marco che i popoli non riescono ad amare

Da qualche settimana l’Europa unita, terza economia al mondo in termini di potere d’acquisto, ha raggiunto i 20 mila miliardi di euro annui, non lontano da Cina e Usa. La moneta unica contribuisce al successo economico, aumentando efficienza e competitività. È anche la nostra difesa contro le due valute rivali, in particolare lo yuan cinese. Eppure, agli elettori in rivolta poco importa che l’euro è necessario per difenderci. A loro avviso, la guerra economica è persa, e l’euro è visto come parte del disastro. Una disaffezione pericolosa: per sopravvivere, la moneta deve essere amata, e in Europa nessuno ama l’euro. Vediamone le cause, tenendo a mente il passato.
Il primo denaro continentale risale ai Romani che, agli albori dell’impero, riconoscono il legame tra sovranità e moneta. Il denarius (4,5 gr di argento = diaria di un artigiano) unisce 100 milioni di cittadini, su un territorio maggiore dell’attuale Ue. I Romani sono anche i primi ad attribuire valore morale alla moneta. Secondo il filosofo stoico Epitteto, «se l’effigie è l’amato imperatore Tiberio, conservala. Se è il detestato Caligola, buttala». In sintesi, per i nostri antenati, sovranità ed etica inducono rispetto verso la moneta. Non l’opposto, come nel caso dell’euro. Un millennio più tardi una grossa moneta comune è proposta dal Sacro romano impero: il tallero (25,9 grammi di argento). Si afferma nelle poche regioni che rispettano la sovranità centrale. Altrove nell’impero il tallero è ripudiato, malgrado l’utilità nel commercio.
Il ciclo del dollaro Usa insegna un’altra lezione. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’America è rispettata per i principi di democrazia e la potenza economico-militare. Il dollaro, ammirato simbolo di etica e potere, domina scambi, investimenti e riserve valutarie. Gli Usa sfruttano il «dollar standard», nel bene e nel male. In Europa promuovono sicurezza (Nato) e prosperità (lavoro ed esportazioni). Al contempo, indebitati nella loro moneta che stampano senza fine, gli Usa non corrono alcun rischio valutario. Il privilegio non dura: disastri strategici (Vietnam, Afghanistan, Iraq), capitalismo ingordo (consumi finanziati con debito) e speculazione finanziaria (causa della crisi del 2008) rendono l’America e la sua valuta sempre meno temute e amate. Intuisce i rischi il neo-presidente Trump, che vuole «restituire grandezza all’America». Vedremo: per ora l’intento sta dando nuovo impulso al dollaro, in crisi da due decenni.
Questi esempi aiutano a capire la difficoltà dell’euro, che non tradisce il ruolo storico di moneta comune: non è in condizione di soddisfarlo. Soffre infatti di un problema genetico. All’origine, negli Anni 80, l’intento è di creare una moneta europea per sfruttare i benefici dell’integrazione economica (mercato continentale) e dell’unione politica (istituzioni sovranazionali), coronamento di un progetto storico per dare un futuro di pace al continente. Quella la teoria. La pratica è diversa: l’euro nasce prematuro, incarnazione del nazionalismo passato, nuovo modo di fare la guerra col vicino -- non in trincea, ma nei corridoi del potere di Bruxelles.
Infatti la moneta unica è partorita nel 1989, quando il crollo del comunismo e la riunificazione trasformano la Germania nel maggiore Paese europeo per popolazione e reddito. Gli altri governi sono presi dal panico. La Francia soprattutto teme l’inevitabile supremazia del nemico di sempre, e in particolare il dominio della moneta rivale, il marco. Per scongiurare il pericolo i due presidenti francesi all’epoca, Mitterrand a Parigi e Delors a Bruxelles, propongono la moneta comune per distruggere appunto il marco tedesco – e «castrare la Germania». Ricordo l’ansia dei governatori delle banche centrali, Ciampi tra essi, di vedere travisato il loro avviso favorevole alla moneta unica, che essi intendono come risultato di interessi condivisi, non vendetta politica.
La Germania comunque accetta, a condizione che l’euro sia modellato sul suo marco: indipendenza statutaria della Bce, regole asimmetriche (rigorose solo per i debitori) e sede a Francoforte. Col tempo, gli eurobond e la mutualizzazione del debito sono abbandonati; più recentemente, l’unione bancaria nasce disfunzionale. La strategia di contenimento della Germania fallisce. Il risultato è un euro standard che non promuove sicurezza (spese militari insignificanti), non propaga benessere (squilibri economici persistenti), senza conseguenze valutarie per i Paesi forti (la moneta è comune). Come rimediare?
L’attivismo della Bce non può salvare l’euro, per ora privo dei requisiti che storicamente legittimano la moneta. Mai nella storia una moneta ha preceduto la creazione di un governo, e di un esercito. Impossibile immaginare la Federal Reserve Usa, che gestisce il dollaro, operare senza Casa Bianca e Pentagono. Invece in Europa mancano politica estera e difesa comune, né esistono finanze condivise. E poi c’è la questione morale: la moneta riflette l’etica delle istituzioni che rappresenta. E l’opinione pubblica non apprezza il vertice dell’Ue accusato di venalità (Barroso), riciclaggio ed elusione fiscale (Juncker). I burocrati della Commissione Ue sono petulanti e dannosi, il Parlamento inutilmente costoso.
La politica ha spinto l’euro in mezzo al guado. Procedere è impossibile, data la psicosi elettorale prevalente. Retrocedere, come ha fatto il Regno Unito, è storicamente sbagliato: la moneta comune è necessaria. La Commissione preannuncia un Libro Bianco per la primavera, per risolvere le attuali carenze istituzionali e morali. Non c’è tempo da perdere. All’orizzonte si delinea un nuovo assetto monetario, lo yuan standard, che poggia sull’Esercito del Popolo (il maggiore al mondo) e sulla Banca del Popolo cinese (con riserve valutarie di 3 mila miliardi). Gli enormi acquisti auriferi da parte di Pechino indicano l’intenzione di proporre uno standard monetario basato sull’oro. Una proprietà che il dollaro ha perso nel 1971 e l’euro non ha mai avuto.