la Repubblica, 16 dicembre 2016
Pugni, risse e coltelli. L’ultimo ring di Hopkins. Il campione più vecchio
Il campione più vecchio dice basta. Bernard Hopkins nella notte italiana tra domani e domenica salirà per l’ultima volta sul ring. Ha scelto il Forum di Inglewood, Los Angeles, per il match d’addio, ma soprattutto ha scelto un avversario duro, perché lui non è uomo da sfide facili. Neanche ora che, a 52 anni quasi suonati (li compirà il 15 gennaio), potrebbe permettersi di affrontare una comparsa rispettosa della sua leggenda. Joe Smith jr ha ventiquattro primavere di meno, è di origini irlandesi e tanta voglia di arrivare: ne sa qualcosa il polacco Fonfara, che lo vedeva come una formalità verso la sfida al mondiale per poi ritrovarsi sballottato nel mondo dei sogni, spento in meno di un round da un destro terribile. Sul ring convergeranno due strade impervie. Dura, all’insegna della fatica, quella di Smith, che si divide tra boxe, famiglia e lavoro di muratore. Impraticabile, piena di trappole e violenza, quella di Hopkins. Lui aveva deciso, o forse gli era stato imposto da un certo tipo di società, di sopravvivere guadando l’illegalità. Risse stradali, pugnalate che per tre volte gli strappano la carne e gli induriscono l’anima, il vortice delle rapine, l’approdo in carcere. È qui che la conoscenza della boxe inizia a trasformare l’incubo in favola. Esce dalla Graterford State Prison con il proposito di non rientrarci più. In molti credono che gente così non possa redimersi, ma si sbagliano. Hopkins contro tutti e tutto, con quell’alias antipatico, The Executioner (il boia), e da quella maschera sinistra che non esita a sfoggiare nel tempio del Madison Squadre Garden di New York, anche pochi giorni dopo l’attentato alle Torri gemelle. In quell’occasione riunifica il mondiale dei medi e controlla un titolo che resta suo per dieci anni. Per la categoria è un record. La faccia perbene dell’America non riesce ad amarlo, si schiera compatta contro di lui quando sfida Oscar De La Hoya, il predestinato dai lineamenti dolci che piacciono alle fanciulle, e a cui tutto è permesso e perdonato. È uno degli innumerevoli match venduti come fossero “del secolo”, per Hopkins è l’ennesima svolta. Dopo aver abbattuto il Golden Boy con un massaggio ai fianchi, di quelli che rendono il respiro un’oasi di salvezza, ne diventa socio in affari. Promoter di pugili, promoter di se stesso, e arriva il record che difficilmente potrà essere battuto. Salito nei mediomassimi, contro Tavoris Cloud, consolida il primato che già aveva stabilito togliendolo al mito George Foreman: conquista un titolo mondiale a 48 anni e 2 mesi. Sembra il momento di dire basta, ma quasi per onorare il nuovo soprannome, The Alien, cerca la sfida impossibile contro un martello che viene dalla Russia, Sergej Kovalev. Perde ma non va giù, anche se capisce che la sua storia a livello mondiale è finita. C’è ancora spazio per l’ultimo colpo di teatro, contro un muratore dal sangue irlandese che picchia duro. Perché Hopkins quella strada la vuole in salita, sempre e comunque. Anche ora che è arrivato in cima.