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 2016  dicembre 16 Venerdì calendario

La città cinese che fabbrica il nostro Natale

È Natale per tutti i bambini tranne che per Shi e i bambini come Shi. È Natale per tutti i bambini tranne che per i bambini di Yiwu, la metropoli da più di un milione di abitanti che permette al mondo intero di gioire del Natale. Il 60 per cento degli addobbi che finiscono nelle nostre case proviene da qui: dalle 800 fabbriche che fatturano 206 milioni di dollari all’anno. E che impiegano, anche, bambini come Shi: che i 10 yuan, cioè il dollaro e mezzo al giorno che guadagnano i grandi, se li sogna.
Agli uomini i lavori più pesanti. Alle donne, tante anziane, il compito di cucire e rifinire. Ai bambini come Shi quello di piegare e accatastare i cappelli e i vestiti di Babbo Natale. Shi lavora proprio in una fabbrica di cappelli e a Raffaele Petralla, andato fin laggiù per fotografare i sensi di colpa di Fred Pearce, il più disincantato reporter della globalizzazione, che in Confessioni di un eco- peccatore racconta anche le tribolazioni di Yiwu, ha confessato candidamente: «Non lavoro tutto il tempo che lavora mia madre però mi tocca aspettarla qui». Ai bambini, almeno, concedono più pause, così Raffaele ne ha approfittato per farlo giocare un po’: e raccontargli dove finiscono i cappelli di questo Babbo Natale che lui piega e accatasta, piega e accatasta.
È Natale per tutti i bambini ma per i bambini come Shi è Natale tutto l’anno. La fabbrica delle decorazioni non fa mai festa e la colpa, per una volta, non è solo dell’Occidente. La produzione che ci riguarda è terminata da un pezzo: ottobre. Salpate le merci per la nostra parte di mondo tocca mettersi sotto per questa: che grazie a Dio, e al partito, è sempre più ricca. I comunisti abolirono il Natale dopo la rivoluzione: salvo poi riscoprirne la spinta propulsiva dando un’occhiata ai conti di cassa. Sì, se sei cristiano è pur sempre un’avventura sgattaiolare col permesso o no dal posto di lavoro per andare a messa: per fortuna quest’anno cade di domenica. Ma qui i numeri sono tutto: nel paese più popoloso che c’è, i seguaci di Cristo che oggi sono già 100 milioni saranno 250 milioni nel 2030, facendo della Cina, udite udite, la nazione, e quindi anche il mercato, più cristiana del pianeta. Non che importi molto a Cai Qinliang, il vicepresidente della Commissione Regali di Natale di Yiwu, in questo Zhejiang che da Hangzhou a Wenzhou è una distesa continua di capannoni industriali. «Mica dobbiamo essere grati al Natale», dice acido al Daily Telegraph, «se non ci fosse la nostra gente farebbe soldi con qualcos’altro».
Fare soldi per fare soldi per fare soldi: proprio come raccontava Giorgio Bocca quando eravamo noi a fare boom. Petralla si è imbattuto in un signore che va a rifornirsi in un piccolo villaggio che sta su una montagna vicino a Yiwu. Questo furbone di un Cho Lo ha convinto tutta la gente del posto a lavorare da casa per lui: ogni settimana va su, carica il prodotto, scarica qualche spicciolo, e torna a bottega. Anche lui, nel suo piccolo, in fondo insegue la stella cometa: del profitto. E non è un’ironia della geografia che l’unico natale degno di nota di qui è quello, rigorosamente con la “n” minuscola, di Chen Wangdao? Fu il primo traduttore in cinese del Manifesto del partito comunista. Dove, tra l’altro, Karl Marx predisse anche «l’abolizione del lavoro minorile nelle fabbriche». Evidentemente, come per il Natale, in Cina è comunismo per tutti i bambini: tranne che per Shi e i bambini come Shi.