la Repubblica, 16 dicembre 2016
«Questo è solo il primo stop siamo pronti ad altre azioni». Ecco la strategia di Gentiloni
«Finalmente facciamo sistema». Per il momento può bastare l’uno-due piazzato dal governo e dall’Agcom: una risposta immediata al tentativo di scalata ostile a Mediaset da parte di Vivendi. Paolo Gentiloni ora predica calma. Bisogna aspettare la reazione del gruppo francese sui mercati azionari. Ma il governo continua a vigilare e non esclude di alzare il tiro, se l’ansia «predatoria» di Bolloré dovesse continuare.
In queste ore di attesa, non è allo studio alcun intervento diretto per fermare la raccolta di azioni del Biscione. Di certo però l’esecutivo festeggia la nota dell’Agcom che ricorda il divieto di controllo da parte dello stesso soggetto di una società di tlc grande come Telecom e di un’azienda televisiva delle dimensioni di Mediaset. Significa che l’Italia sa reagire, di squadra, all’aggressività del finanziere bretone Vincent Bolloré usando le medesime armi usate da altri Paesi. La Francia in primis. Come ha detto il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda mercoledì: «Valgono le regole di mercato, ma il modo in cui si procede non è irrilevante. Questo principio a Parigi è ampiamente riconosciuto e assertivamente difeso». Quindi vale anche al contrario.
Palazzo Chigi nega qualsiasi pressione sull’Agenzia delle comunicazioni, «un’authority indipendente che decide autonomamente». Eppure è difficile non cogliere una strategia, un fronte “pubblico” schierato a difesa delle tv di Silvio Berlusconi rispetto una possibile Opa ostile, anzi alla «razzia» francese come la definiscono alcuni esponenti governativi. La strategia si muove su due binari: le leggi italiane, in questo caso la Gasparri che sta alla base del comunicato dell’Agcom, e la moral suasion che ha ispirato le parole di Calenda l’altro ieri, parole condivise e approvate una per una da Paolo Gentiloni.
Adesso non resta che verificare la reazione di Vivendi. Però non con le mani in mano. «Bisognava prima di tutto far capire che l’Italia non è il Paese dei campanelli – dice una fonte dell’esecutivo -. E se una società si muove in maniera predatoria approfittando di una transizione politica sta compiendo una scorribanda. Non lo può fare».
In certi casi, tenendo ferme le regole del mercato, occorre procedere con i piedi di piombo. Reagire sì, poi attendere la risposta dell’interlocutore. Per questo, dicono a Palazzo Chigi, parlare di decreti ad hoc o addirittura di nazionalizzazione è fuori discussione. Qualcuno ha suggerito di usare la “golden power”, il potere speciale dello Stato istituito dal governo Monti e reso attuabile da un decreto del governo Renzi. Serve a bloccare l’acquisizione straniera di imprese in settori strategici. Ma la “golden power” non si applicherebbe a Mediaset, una grande media company, ma non un’infrastruttura che incide sulla difesa o la sicurezza dello Stato.
La strada semmai è quella di usare le norme vigenti. Se il gioco si fa più duro, si useranno anche altri mezzi. L’Agcom, presieduta da Angelo Marcello Cardani, si è mossa così. La legge Gasparri prevede che chi abbia la posizione dominante di un soggetto che detiene il 40 per cento del mercato della telefonia non possa essere controllante di un’altra azienda che ha più del 10 per cento di ricavi nel mercato tv. Può essere proprio il caso di Vivendi, il quale in Telecom è il soggetto con la maggiore quota azionaria. «Scrivemmo quella norma perché il pericolo, allora, pareva quello di un Berlusconi rapace che artigliava Telecom, monopolizzando in tal modo contenuti e reti – ricorda l’ex ministro delle Comunicazione di Forza Italia -. Ora torna utile per scongiurare che Mediaset sia saccheggiata da Vivendi». Secondo Gasparri questo dimostra come la sua contestatissima legge fosse «neutra», ovvero buona, anzi «geniale» secondo il suo autore. Allo stesso modo si può dire che la Gasparri finisce per difendere il Cavaliere (ancora una volta, a giudizio dei critici), ma è vero che dodici anni fa Vivendi non era all’orizzonte e il gruppo guidato da Fedele Confalonieri non sembrava scalabile.
La prontezza della doppia risposta governo-authority non è un regalo a Berlusconi, dicono a Palazzo Chigi, ma un segnale che l’Italia manda a tutti coloro che pensano di poter pasteggiare nella penisola. La prova del “fare sistema” che funziona in altri Paesi mentre nel nostro, per colpa di debolezze storiche, fatica a imporsi. Lo dimostra la perdita di tante aziende magari meno “politiche” di Mediaset ma altrettanto strategiche per il made in Italy: le case di moda per esempio. Quasi tutte sono finite in mani straniere, in particolare nella pancia dei grandi gruppi francesi del settore.
Stavolta occorreva mostrare che il «Paese risponde», dice una fonte del governo. Che ci sono le regole spietate del mercato ma anche le regole non scritte del rispetto. È il modo che ancor offende Palazzo Chigi, quel blitz durante il passaggio di consegne tra Renzi e Gentiloni.