Corriere della Sera, 16 dicembre 2016
Un duro col cuore. Intervista a Jean Todt
«Quando viaggiare al limite diventa una sofferenza, puoi decidere di non farlo più. Soprattutto se hai 31 anni, una famiglia a cui tieni, e vuoi dare un senso diverso alla tua vita. La scelta di Rosberg va rispettata. È una scelta da privilegiato, intendiamoci, perché la maggior parte delle persone non può permettersi nulla del genere. Ma Nico se l’è guadagnata. Il Mondiale l’ha vinto lui».
Jean Todt non molla affatto, alla faccia dei suoi 70 anni. Dal suo ufficio sulle luci natalizie di Place de La Concorde, si muove in continuazione, portando per il mondo una determinazione che va ben oltre l’ambito sportivo. Presidente della Federazione Internazionale dell’Automobile dal 2009, inviato speciale dell’Onu in tema di sicurezza stradale, qualcosa che riguarda l’esistenza di ciascuno di noi. «La Fia ha due compiti: legiferare in materia di sport ma anche supportare le persone che usano l’auto ogni giorno. Si tratta di spingere chi governa Paesi diversi verso una riduzione dei rischi e delle vittime sulle strade. È un compito a cui tengo, per il quale mi pare di non fare abbastanza. Ma è anche un aspetto meno visibile, rispetto a ciò che accade nelle corse».
Corse, appunto. Sedici anni alla Ferrari, 8 titoli costruttori, 6 Mondiali piloti. Mai un rimpianto?
«Ho lasciato la Ferrari perché non ne potevo più di sopportare la pressione di chi deve vincere ogni domenica. E poi ogni ciclo va chiuso. Avevo raggiunto i miei obiettivi, ero interessato a misurarmi con una sfida diversa. No, non vivo di rimpianti. Penso al passato solo quando qualcuno me lo ricorda».
Michael Schumacher. Qui dimenticare, per tutti noi, è impossibile. Sappiamo quanto sia vicino a lui, alla sua famiglia, anche se non ama parlarne affatto...
«Certe cose non si dicono, si fanno e basta. È una sfera che deve restare privata. Sono molto legato a Michael. Non è mai stata una persona facile nel concedere la propria amicizia. Con me lo fece e queste cose creano relazioni molto forti. Amicizia e affetto, per sempre. Quando gli chiesi di impegnarsi sulla sicurezza stradale accettò subito. Ero convinto che lui, così come la mia compagna, Michelle Yeoh, fossero dei testimonial perfetti e ho visto il loro entusiasmo. Per sostenere l’Istituto del Cervello e del Midollo Spinale, Michael si mosse subito. Nessuno sembrava interessato ad un tema del genere: lui lo era eccome. A Jerez, nel ‘97 commise una sciocchezza urtando Villeneuve. Era sotto accusa ma andava protetto. Credo ne sia valsa la pena. Abbiamo lavorato insieme sin da quando Corinna era una ragazza. Ho visto crescere la famiglia, i loro figli».
Mick Schumacher, con tuta e casco, che sentimenti prova?
«Un ragazzo fantastico. Intelligente, semplice e appassionato. Lui sa che ci sono, sono qui. Spero che realizzi i suoi sogni».
Jules Bianchi. Il suo incidente e la sua morte (17 luglio 2015) l’hanno toccata sia come uomo sia come presidente Fia.
«Per mio figlio Nicolas, che seguiva Jules da sempre, si è trattato dello choc più violento della sua vita. Erano come fratelli. Che accadano incidenti fa parte di questo gioco pericoloso, anche se non ne abbiamo avuti di così gravi per vent’anni, non certo per caso. Possiamo fare molti sforzi ma contro il destino non abbiamo poteri. E comunque ogni decisione pare sbagliata. In Brasile ci hanno criticati per aver esposto la bandiera rossa dopo l’incidente di Raikkonen con visibilità zero».
Decisioni contestate, sanzioni e polemiche. Il 2016 è stato un anno anomalo?
«Ma no, ogni anno è così: 21 Gp, più di mille giri, diciamo 22 mila curve. Quante possibilità di trovare punti critici ci sono? Mi batto per avere temperanza e rigore, ho introdotto la figura del pilota in direzione gara. C’è l’arbitro, come nel calcio. E nessuno è mai contento delle sue decisioni».
Cosa manca a questa Ferrari?
«Il 10% rispetto alla Mercedes; il 3% rispetto alla Red Bull. Poco. È sempre protagonista, ha fatto progressi enormi in un’epoca ad altissima affidabilità. Se avessi avuto io l’affidabilità della Ferrari di oggi, avremmo vinto anche il Mondiale 2008 con Massa e quello del 2006 con Schumacher».
Luca di Montezemolo e Sergio Marchionne. La differenza dove sta?
«Persone diverse, la stessa voglia di vincere. Con Montezemolo ho condiviso sofferenze e soddisfazioni per 16 anni. Con Marchionne no».
Max Verstappen. Anche a lei ricorda qualcuno?
«Ha talento. Corre dall’età di 5 anni, ha un padre che vorrebbe ricevere da lui ciò che non ha ottenuto nella sua carriera. È coraggioso. Ma non parliamo di privilegi concessi dai commissari. Sono stupidaggini».
Di lei dicono: è un duro. Concorda?
«Diciamo che sono un duro-umano. Chi lavora con me credo lo sappia. Incontro ex collaboratori che non vedo da decenni, si commuovono. Però pretendo molto da chi si assume responsabilità, a cominciare da me stesso. Noi, qui, abbiamo un dovere di eccellenza».