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 2016  dicembre 16 Venerdì calendario

Tempi duri per i media nell’era di Donald Trump

Durante la campagna elettorale, si sa, Donald Trump si è servito con grande abilità e furbizia della stampa, oltre che di Twitter, accusando al tempo stesso i giornalisti di essere dei mascalzoni, figure immonde, distillati di perfidia. Adesso che è stato eletto li perdonerà, magnanimo, o continuerà la guerra? Facile prevedere che il neopresidente continuerà a usare la mano pesante: più la stampa viene delegittimata, più è facile sottrarsi al suo controllo: «Peggio che irrilevante» la definisce Laura Ingraham, «pasionaria» della destra radicale che dovrebbe avere un ruolo importante nella comunicazione dell’era Trump. Ma, ora che lui ha le chiavi del governo e del ministero della Giustizia, secondo molti la vera domanda è: i giornalisti che, trovando porte chiuse nell’Amministrazione, continueranno a scavare possono rischiare la galera o, addirittura, l’accusa di spionaggio? La domanda non è provocatoria, l’ipotesi non è peregrina: l’«Espionage Act», una legge del 1917 che punisce severamente chi fa uscire notizie riservate rilevanti per la sicurezza nazionale, finita nel dimenticatoio per decenni, è stata riesumata e usata con una certa frequenza da Barack Obama per colpire i «whistleblower», i dipendenti pubblici che hanno raccontato alla stampa i pasticci combinati dall’Amministrazione in settori «sensibili». Esperti come Floyd Abrams, il giurista che difese il New York Times dopo la pubblicazione dei «Pentagon Papers», ritengono che il nuovo governo conservatore si difenderà dalle fughe di notizie facendo un ricorso ancor più ampio a questa legge. Una norma che, basata su un linguaggio piuttosto vago, può lasciare spazio a un’interpretazione estensiva del concetto di sicurezza nazionale.
Rischiano l’arresto anche i giornalisti che vanno a caccia di indiscrezioni, che coltivano fonti riservate anche per la chiusura o la scarsa affidabilità di quelle ufficiali? La legge non lo esclude. Fin qui, però, non è mai avvenuto. Durante la presidenza Obama ci si è andati molto vicini, ma il ministro della Giustizia, Eric Holder, si è rifiutato di incriminare giornalisti. E negli Usa, per prassi consolidata, un magistrato non procede all’arresto di un giornalista senza il via libera del ministro. Ora il ministro sarà il duro Jeff Sessions: senatore ed ex magistrato ultraconservatore, uno che non ha di certo la fama del permissivo.