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 2016  dicembre 16 Venerdì calendario

Il sodalizio e poi la rottura. Ritratto di famiglia su tela

A un «reporter» della pittura quale fu nel modo più eletto possibile, durante tutto il XVIII secolo, Bernardo Bellotto sarebbe piaciuta davvero tanto questa mostra alle Gallerie d’Italia in Piazza Scala a Milano, che lo vede nel ruolo di primo attore con il, fino a oggi, più celebrato zio Canaletto, a fargli da spalla, altrettanto luminosa e stupefacente.
Questa esposizione alla quale hanno prestato opere dalla Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda e lo Zamek Kròlewski di Varsavia al Museo Thyssen Bornemisza di Madrid e l’Hermitage di San Pietroburgo, così come la Pinacoteca di Brera, il Museo Correr di Venezia e la Collezione Reale della Corona Britannica, oltre al Metropolitan Museum of Art di New York, il Paul Getty Museum di Los Angeles, è infatti ricca di «scoop» artistici capaci forse di far andare via un po’ di quella sua palpabile malinconia. Merito della curatrice Bozena Anna Kowalczyk, nata in quella Varsavia dove il nipote di Canaletto morì nel 1780, abituata a inseguire Bernardo (ha persino scoperto la modestissima casa nella Corte della Madonna dove nacque) e l’autenticità delle sue opere sin dai tempi degli studi universitari a Ca’ Foscari di Venezia. «Scrissi la tesi di laurea sulla giovinezza trascorsa da Bernardo nell’atelier di Canaletto, accorgendomi subito che non si può studiare l’uno senza approfondire lo stile e la storia dell’altro – racconta —, così nel corso del tempo ho acquisito una conoscenza che ha portato a nuove attribuzioni, e numerosi cambi di attribuzioni in favore del più giovane dei due. Alcune opere restituite al suo vero autore sono ora qui: Il Molo verso ovest, con la colonna di San Teodoro a destra, Venezia mai esposto prima o Il Canal Grande con Santa Maria della Salute dal Campo Santa Maria del Giglio, Venezia. Bellotto, lavorando nell’atelier dello zio, capisce che la veduta di Canaletto è quella che piace ai contemporanei, e inizialmente vi si adatta. Avrebbe potuto coltivare altre ambizioni, dipingere cavalli, figure, però rinuncia. Dimostrando in questo di essere assai moderno, preferisce mettere il talento al servizio della bottega in cui lavora in nome della fama e guadagno sicuri. Camuffa anche la firma. Poi tra i due deve essere accaduto qualcosa, non ci sono pervenute lettere, forse Canaletto comincia a infastidirsi di questa ambiguità, scambio di identità. È rottura: l’uno va a Londra, l’altro a Dresda». Ed ecco che emergono, come questa imperdibile esposizione ha il grande merito di mostrare, le differenze, pur nella comunanza di soggetti, nello stile (più estetico, lirico e sereno Canaletto, più cronista d’avanguardia, maniacalmente preciso nel riportare ogni dettaglio Bellotto, intento e attento a trasporre su tela un fiume di particolari e la trama dei sentimenti).
«Bellotto narra un po’ come Tolstoj, sarebbe stato un ottimo inviato di guerra a Mosul – chiosa Anna Kowalczyk —, e questa mostra, in cui c’è anche la camera ottica dello zio, oltre a penetrare la profondità dei loro rapporti intimi, i diversi metodi di lavoro e le interpretazioni dei medesimi soggetti e architetture, ci fa capire quanto Bernardo avesse uno spirito più coraggioso, fosse attratto dai mercati, dalla strada, oltre ad amare la filosofia, il teatro, i testi anticlericali, compresi quelli erotici, come dimostra la sua biblioteca che abbiamo ricostruito e di cui esponiamo esemplari coevi. Insomma amava la vita vera».