Corriere della Sera, 16 dicembre 2016
Trekking. L’altro mondo delle meraviglie
Lo guardate diritto negli occhi e difficilmente non ne resterete turbati, se non inquietamente affascinati. Fianchi sinuosi, labbra carnali, occhi che non consolano, piuttosto provocano, sembrano persi nell’ansia dei desideri della giovinezza priva di pudori. Dovrebbe essere un angelo, una classicissima scultura della seconda metà dell’Ottocento in marmo bianco che veglia una tomba come se ne trovano a milioni. Dovrebbe consolare dal dolore della morte dei propri cari, rassicurare le nostre paure. Invece, nella sua ambigua sensualità fomenta irrequietezza. Quasi un cherubino androgino nel cuore del cimitero che più di ogni altro incarna la Genova borghese, solida, laboriosa, dai valori famigliari saldi, che fece l’unità d’Italia.
L’Angelo di Oneto è solo una delle migliaia di sculture raccolte tra i viali ombrosi e le magnifiche cappelle di ogni stile e gusto che caratterizzano il cimitero di Staglieno. Ma è una di quelle che lo ha reso celebre in tutto il mondo. Ernest Hemingway lo definiva «una delle meraviglie della Terra». Mark Twain nel suo libro di viaggi per il Mediterraneo, «Innocenti all’Estero», ne scriveva con stupore ammirato. Nietzsche, Maupassant, l’imperatrice d’Austria Sissi lo visitavano regolarmente. Stupisce leggere sui sepolcri nomi di scultori di fama internazionale: Giulio Monteverde, Santo Varni, Leonardo Bistolfi, Eugenio Baroni e infiniti altri.
Sono tutti motivi validissimi per farvi un’escursione, organizzandosi come per una vera e propria camminata. Andare oltre la tomba di Mazzini, che pure nel suo stile spartano ed essenziale ricorda l’ethos del Risorgimento, l’idea del sacrificio mai ostentato, i valori della Carboneria, l’anima laica della massoneria ottocentesca. Interessanti sono del resto i personaggi dell’Unità che hanno scelto di farsi interrare attorno. Garibaldini della prima ora; la famiglia Mameli, quella dell’inno, anche se lui, Goffredo, è sepolto al Verano. E imprenditori come Rubattino, che donarono le loro navi per la spedizione dei Mille, prima di avviare con le loro attività commerciali la colonizzazione italiana in Africa. «Ormai sono in tanti che vengono a fare trekking a Staglieno. Ci sono famiglie intere. Tantissimi gli stranieri. E sono equipaggiati con scarponcini, torcia, giacca a vento e borraccia. I percorsi possono prendere da due o tre ore a un’intera giornata. Sono divisi su oltre 33 ettari di camposanto con un’infinità di sentieri e tratturi vaganti tra tombe che sono vere opere d’arte, molte sconosciute, eppure bellissime», sostiene Marina Firpo, guida genovese e storica del Medioevo. Un tour da percorrere in preferenza tra ottobre e maggio. D’estate il caldo è fastidioso assieme alle zanzare. I cancelli sono aperti dalle 7.30 alle 17.30. Il sabato dalle 9.30 alle 11.00 per cinque euro a testa è possibile visitare alcuni dei luoghi più rilevanti con un tour organizzato (telefono per informazioni: 01 0/87.01. 84).
Meglio iniziare e terminare il percorso dal cosiddetto Ingresso dei Fioristi, quello principale da piazzale Resasco ha orari di apertura più stretti. Dista 8 chilometri dal centro di Genova ed è servito da numerosi bus pubblici. Un’avvertenza: si trova nel cuore della valle del Bisagno, ovvio dunque che vada evitato in periodi di piogge abbondanti. Durante l’esondazione del 2014 anche una ventina di tombe vennero devastate. La parte bassa è la più antica. I due Porticati di Levante e Ponente furono i primi a venire inaugurati nel 1851. «Genova fu parte integrante dell’ondata di rinnovamento in ogni campo innescato dalla Rivoluzione Francese e poi dall’arrivo delle truppe napoleoniche. Tra queste c’era anche la scelta di spostare i cimiteri dal centro delle città, dove erano considerati origine di malattie, alle sue periferie. Dopo il Congresso di Vienna, quando l’ex Repubblica Marinara fu annessa al regno dei Savoia, Carlo Alberto fu ben contento di dare l’avvio ai lavori per la costruzione di Staglieno», ricorda ancora la Firpo.
Nulla di strano del resto camminare in questo che è considerato il più «monumentale» dei camposanti d’Italia. A Gerusalemme il cimitero antico oltre tre millenni sul Monte degli Ulivi è già da decenni meta di tour organizzati come gite fuori porta. Il panorama è mozzafiato: da una parte il deserto che declina verso il Mar Morto e dall’altra le mura della Città Vecchia nella zona dominata dalla spianata delle Moschee, dove una volta stavano i templi ebraici. Qui la tradizione monoteista vuole che inizieranno a risorgere i corpi nella gloria del Giudizio Universale. Altro cimitero meta di peregrinazioni da sempre è il Père-Lachaise, una delle perle immancabili di Parigi. Vi trovi Eloisa e Abelardo, Cyrano de Bergerac, ma sono solo due nomi della lista infinita dispersa tra le tombe muschiose: la raccolta d’eccellenza di almeno mezzo millennio di cultura occidentale. Il vecchio cimitero ebraico di Praga è invece assurto all’attenzione dopo l’Olocausto, quando è diventato lo specchio della memoria di intere comunità scomparse sotto la furia nazista. Dunque c’è poco di inusuale a camminare e fermarsi in raccoglimento tra i sepolcri di chi ci ha preceduto. Può rivelarsi un modo intelligente per insegnare ai nostri figli (e a noi stessi) a riflettere. Perché no? Da quando gli uomini sono considerati tali si preoccupano dei corpi dei loro defunti. Il modo di concepire la sistemazione dei cadaveri, i simboli che lo accompagnano, i riti funerari sono una delle espressioni più alte, intense e rivelatrici delle nostre civiltà. Vuoi capire i vivi? Vai a vedere come trattano i loro morti ci dicono da secoli filosofi, letterati, storici e antropologi. «Il trekking tra le tombe diventa così un percorso culturale, un invito alla filosofia, sempre valido specie nel nostro universo edonistico caratterizzato dalla rimozione della morte dal quotidiano. Per dirla in modo paradossale, rendere facile la visita al cimitero significa anche mantenerlo in vita», sostiene Paolo Crovetto, responsabile della gestione quotidiana del complesso.
La nostra visita continua nelle zone più antiche, si sofferma tra le tombe che circondano il Pantheon, quindi entra nel semicerchio dell’area segnata come «B» nella mappa che consegnano all’ingresso, dove a destra sono sepolti i partigiani caduti nella Seconda guerra mondiale. Il tempo stringe, le sepolture interessanti sono decine di migliaia (si calcola che il cimitero abbia raccolto nei decenni complessivamente oltre 3 milioni di morti). Oggi oltre il 70 per cento chiede di essere cremato. Un lavoro a tempo pieno visto che i forni del crematorio moderno (il primo venne eretto nel 1903) a regime non riescono a consumare più di 32 corpi al giorno. Vialetti adombrati da platani e giganteschi pini conducono alle zone delle fantastiche cappelle barocche che sembrano chiese in miniatura. A cercare con attenzione s’incontrano gioielli di statue di famigliari dolenti scolpite con impressionante realismo. Il tumulo della moglie di Oscar Wilde è situato presso l’area dei protestanti, non lontano alla zona con le tombe dei soldati inglesi e italiani caduti nelle due guerre mondiali. Fabrizio De Andrè è chiuso nella cripta di famiglia. Ma c’è chi vorrebbe presto trasferirlo nel Pantheon dei genovesi illustri.