Corriere della Sera, 16 dicembre 2016
Massimiliano e Doriana Fuksas. Storia d’amore (e di lavoro) con un segreto
Quando lei era una sua studentessa, lui l’ha guardata e le ha detto: «Noi avremo una bambina». È passato qualche anno da allora, Massimiliano Fuksas e Doriana O. Mandrelli sono diventati tra gli architetti più influenti al mondo, ma ancora adesso i momenti più importanti della loro vita sembrano nascere da intuizioni che, presto o tardi, diventano realtà.
Oggi di bambine ne hanno due. Ma quel giorno Doriana O. Mandrelli non ci ha creduto «nemmeno per un attimo. Infatti ci siamo persi di vista». C’entrava il fascino del professore? Lui: «Ma noo». Lei: «Ma si». Lui: «Ma no, ti piacevo io». Lei: «Ma si, anche».
Si sono ritrovati un paio di anni dopo. Per caso. «Ero seduto a un tavolino di un bar e lei si aggirava in piazza del Pantheon con un’amica». Cosa vi siete detti? «Le ho proposto di fare un viaggio, in America». Così? Dal niente? «Sì, non c’ero mai stato. Da lì siamo rimasti assieme». Il caos che tanto affascina Fuksas e che rivede in tutto – «anche nella città che si scompone ogni mattina, con migliaia di auto che escono sulle strade ma che poi, di notte, ritrova il suo ordine» —, sembra fare parte anche della sua creatività. Si è sempre chiesto quale fosse «l’algoritmo che lo regola». Nel suo caso si chiama Doriana: «Ha spostato il baricentro dei miei interessi. Il mio prima era lamentarmi: non riconoscevo il potere ma volevo che lui riconoscesse me. Un’indole ribelle. Doriana mi ha messo a lavorare. Mi diceva: fai vedere i tuoi progetti. Non vuoi essere pubblicato e poi protesti... Va beh io vengo dal ‘68, nel ‘66 abbiamo fatto la prima occupazione...». «Va bene amore, prima c’erano pure i partigiani...». Inizia un pingpong perfetto, non solo per i tempi ma perché lei ribatte con un tono così dolce che rende tutto parecchio divertente. «Nel senso che ero marchiato da queste esperienze». Lei: «Eh si cambia». «Facevo anche le manifestazioni contro gli americani per Cuba». «Ora c’è il volo diretto da New York». «Ho una vita errata. Ma mi han salvato gli incontri. Prima di lei mi è stato vicino Giorgio Caproni, tra i più grandi poeti italiani: era povero in canna, faceva il maestro. Lui aveva capito...». «Il disagio». «Era un’Italia bella, c’era ovunque poesia». «Mmh, il neorealismo è il periodo che odio di più: una vita grama, triste...».
Complementari eppure in perfetta armonia. «Non so perché funziona tra di noi, ma funziona. Lavoriamo anche assieme, si può dire che la nostra storia duri dal doppio del tempo». Quindi non è vero che in coppia bisogna restare autonomi? «Ognuno deve fare come crede. Non ci sono modelli. Anche la nostra famiglia l’abbiamo fatta senza un modello: non lo avevo. E non sono capace di fare il padre». In che senso? «Il mio è morto quando avevo 6 anni. Mia madre è ancora viva, ha 100 anni. Ero figlio unico. Forse per questo non ho il senso del potere. Da sempre me ne allontano velocemente». Come ha fatto con le sue figlie? «Con l’esempio. Mi alzo presto la mattina e vado a dormire presto la sera». «Beh non è solo quello – interviene lei —. Anche se, in effetti, Elisa, la grande, è un soldatino, ha molto senso del dovere. La piccola è l’opposto. Fa tutto quello che vuole, le chiedi una cosa e te ne risponde un’altra». E se Elisa somiglia tanto alla mamma, Lavinia è «identica» al papà. «È che io penso sempre ai progetti. Anche quando sono con gli altri? Soprattutto. Mi annoio con molta rapidità e allora penso ai fatti miei e i fatti miei sono i progetti». Una frenetica vita interiore che a 12 anni lo ha portato dritto dall’analista: «Appena l’ho visto gli ho detto: non mi sono mai sognato di andare a letto con mia madre e non ho mai voluto uccidere mio padre. Lei? Ero ingestibile». «Lavinia è uguale. Le sento dire a sua sorella: se mi rispondi così tanto vale parlare con i tuoi genitori. Vive a New York e ci scriviamo in una chat di famiglia in cui la critico anche ferocemente: non le importa nulla». «Però scrive molto bene», fa notare il papà.
E voi, litigate? «No, perché?». Succede di non capirsi... «Ormai ci capiamo con uno sguardo». «Per gelosia qualche litigata c’è, dai», confessa lei. Chi è geloso? Silenzio. «Lui è geloso». «Seh». «Va bene, sono io gelosa. Molto gelosa, non tollero niente. E possessiva. Lui però è geloso con le figlie». «Le vorrei a casa con me. Ma perché se ne vanno con questi, che non sono neanche belli? Avete un papà così bello, intelligente, perché non state con me?», ride. La piccola è poco più grande della Nuvola, appena inaugurata a Roma dopo 18 anni. Ma l’opera che ama di più è «la Fiera di Milano: tra le più complesse e fortunate, in 26 mesi abbiamo costruito un milione di metri quadrati». Fuksas non è legato agli oggetti: «Potrei vivere con quasi nulla. Quello che ho mi sembra enormemente più di quello che avrei voluto. Potrei anche vestirmi al buio: indosso sempre gli stessi pantaloni, t-shirt e scarpe. Ne ho 25 paia perché non le ho mai buttate: le preferisco vecchie». È l’estetica dell’architetto? «Mi piacciono i vestiti semplici». Una maglietta colorata? «Nooo. L’altro giorno avevo una camicia e mi guardavano tutti». «L’altro giorno era al nostro matrimonio», precisa lei. Le vostre nozze, lo scorso ottobre, sono state una sorpresa. Perché risposarvi? «Un giorno siamo andati all’Abbazia di Sant’Antimo: c’era la musica gregoriana, una bella atmosfera. E Doriana mi ha detto: mi piacerebbe sposarmi qui, il giorno di Natale». «Insomma, ho detto una cavolata», sorride. Però qualche tempo dopo «abbiamo visto l’arcivescovo di Firenze, mio amico, e gli ho detto che avremmo voluto sposarci di nuovo». «Non me lo aspettavo: aveva colto quelle mie parole». Ancora una volta, una frase un po’ azzardata è diventata un momento reale e importantissimo: «È stato un matrimonio misto: io non sono credente – spiega Fuksas —. Ma è stato molto bello. Le nostre figlie piangevano e anche noi eravamo commossi. Lavinia non aveva mai visto il nostro matrimonio. Elisa sì. Il secondo». E il primo? «Mah, lo abbiamo fatto tanti anni fa, negli Stati Uniti». Ma in quel primo viaggio insieme? Si guardano un istante. «Sì, quella volta lì». Dieci mesi dopo hanno avuto una bambina.