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 2016  dicembre 16 Venerdì calendario

L’esodo da Aleppo sotto il tiro dei cecchini

«Sì. Forse ce la facciamo. Finalmente riusciamo ad evacuare civili e feriti. Abbiamo la luce verde, i primi autobus e le ambulanze sono già tornati da noi per un secondo viaggio. Significa che l’operazione sta funzionando. Al contrario di ieri, oggi i soldati di Assad e l’Hezbollah non sparano più contro i nostri convogli. Almeno per ora». Per la prima volta ieri sera, dopo un tempo infinito di terrore e incertezze, la voce di Abdul Kadir pareva sollevata. Ci ha parlato per pochi minuti dal quartiere assediato di Ramusse, quasi un miracolo con i collegamenti telefonici che funzionano a singhiozzo tra le macerie di Aleppo est. Abdul Kadir ha 25 anni, era uno dei combattenti tra le milizie anti-regime della cittadina di Ariha, presso Idlib, che due anni fa aveva raggiunto le prime linee ad Aleppo. Ma da alcuni mesi ha abbandonato il fucile per unirsi ai comitati locali che si occupano di prestare soccorso alla popolazione. Adesso sarà tra gli ultimi a cercare di tornare a Ariha, che assieme a Idlib rappresenta una delle poche roccaforti della rivoluzione. Però del suo destino personale ha poche certezze.
«Non sappiamo ancora bene cosa avverrà degli uomini giovani. Due giorni fa venivano ancora arrestati ai posti di blocco leali a Damasco. Un gruppo di combattenti dell’Hezbollah sciita libanese, alleato di Assad, durante i primi tentativi di evacuazione ci ha sparato contro uccidendo tre o quattro dei nostri operatori umanitari, incluso l’autista di una delle nostre ambulanze e un giovane che a bordo di un bulldozer cercava di aprire la via dei convogli tra le macerie delle case», spiega.
La sua è una delle testimonianze dirette dall’inferno della sconfitta più importante subita dalla rivoluzione siriana dal momento del suo scoppio nella primavera del 2011. La chiave di volta che ha permesso la partenza dei convogli è stato l’accordo, raggiunto in mattinata con la partecipazione di Ankara, Teheran e Mosca, per cui due villaggi sciiti, Foua e Kefraya, che da un anno e mezzo erano sotto l’assedio dei ribelli, saranno a loro volta evacuati. Il presidente Bashar Assad in un discorso trionfante parla di «momento epocale, destinato ad aprire un capitolo completamente nuovo nella storia della regione». Ma sul terreno imperano distruzione, paura e tensioni foriere di nuove violenze. Circa 2.000 persone sono state evacuate da Aleppo est ieri tra il primo pomeriggio e la sera da due convogli formati da una ventina di autobus e una trentina di ambulanze forniti dal regime. A loro si sono aggiunti un centinaio di veicoli malandati guidati dagli stessi abitanti locali. I mezzi hanno viaggiato circa 21 chilometri, di cui sei in mano al fronte pro-Assad, prima di giungere nella zona di Idlib.
L’operazione continua. Per oggi sono pianificati nuovi convogli. Ci vorrà tempo: ogni autobus trasporta al massimo 50 passeggeri. Ma oltre 50.000 persone si trovano ancora nella sacca dove mancano acqua, elettricità, cibo, medicinali. Tra loro si nascondono i combattenti più inveterati delle milizie ribelli. Tanti sono ancora nelle cantine, nei bunker di fortuna. Le loro milizie sono per lo più legate al fronte del radicalismo islamico: si chiamano Jabahat Fatah al-Shams (la ex al Nusra qaedista), Jabat Shamiah, Ahrar Shams e Noureddin Zinky. Sostengono che Isis non è presente ad Aleppo. Particolarmente deboli sono i veterani dell’Esercito Siriano Libero, che in passato era sostenuti in particolare dagli Stati Uniti. E comunque per tutti il morale è sotto le scarpe. L’altro ieri nella zona di Idlib si è assistito a manifestazioni di protesta. «Non siete stati in grado di difenderci. Avete abbandonato i civili», gridavano in tanti. Il futuro per loro è più nero che mai. Presto anche la zona di Idlib sarà attaccata dalle forze pro-Assad. Ma questa volta non ci sarà più alcun territorio-rifugio dove scappare.