La Stampa, 7 dicembre 2016
India, addio alla governatrice venerata come una divinità. Si temono suicidi di massa
Non si scorge un granello di sabbia a Marina Beach, una delle spiagge urbane più lunghe del mondo, ricoperta com’è da un milione di persone che piangono, urlano e sospirano singhiozzando per la morte di una donna venerata come una semi-divinità. Se n’è andata Amma, «mamma», la governatrice dello Stato del Tamil Nadu, 70 milioni di abitanti e una delle economie più ricche dell’India. Dopo mesi di ricovero, non ha retto all’ultimo attacco cardiaco.
Chini sulla bara a gettar fiori, ecco il premier Modi e il suo nemico all’opposizione, Raul Gandhi, figlio dell’italiana Sonia, ma anche la famosissima star del cinema che, per contratto, nei credit dev’essere chiamato «Rajinikanth Superstar».
Ma la vera Superstar è stata Amma. Jayalalithaa Jayaram non è stata un Chief Minister qualunque. Mentre la sua bara scivola tra una folla tenuta a bada dalle bastonate dei lathi della polizia, che teme suicidi di massa, non sta passando il corpo di un’ex attrice di Kollywood, la Bollywood del Tamil Nadu, e non sta sfilando solo il cadavere d’una donna che ha vinto in un mondo di uomini, né si tratta solo della salma di una politica controversa, arrestata, incarcerata e poi riemersa ancora più forte, con il potere saldamente cucito al lungo mantello anti-proiettile che le è valso il soprannome di «Batwoman». Difesa da 6mila agenti di polizia, inghirlandata di calendole rosse, se ne va, verso una tomba accanto all’ex amante ed ex governatore MG Ramachandran, una leggenda dell’India contemporanea.
Una leggenda contraddittoria, com’è consueto in India, naturalmente. Anche se questo era proibito dirlo ad alta voce. Era sempre stata abile a promuovere se stessa e la sua immagine. Prima di tutto, emergendo dal paesino di Melukote dov’era nata nel 1948, a nord di Mysore, e dove coltivò il sogno di fare l’attrice. Lo realizzò giovanissima, legandosi al carismatico Mgr, uomo sposato e star indimenticabile del cinema tamil, poi governatore incontrastato fino alla morte nell’87, dopo vent’anni e 28 film girati assieme. Finiti i suicidi di massa al funerale del mentore di Jayalalithaa, s’aprì la sfida politica con lo sceneggiatore Muthuvel Karunanidhi, padre-padrone novantenne del partito avversario, il Dmk che ora vuol prendere il potere.
Prima donna a diventare leader del Tamil Nadu, nel ’91, Jayalalithaa è riuscita a diminuire gli infanticidi femminili e la mortalità infantile. Ha promosso l’energia alternativa e la raccolta dell’acqua contro la siccità e poi ha nutrito un popolo con donazioni generosissime, più abbondanti nei periodi pre-elettorali. Ai suoi compleanni, l’autocrate distribuiva pasti gratis e anelli d’oro per i neonati.
Ma Amma celava un lato oscuro. Negli Anni 90, alcuni avvocati, funzionari pubblici e giornalisti l’accusarono d’avere assoldato scagnozzi per aggredirli, minacciarli, pestarli. La sua non era una furia vessatoria, ma vendicativa, da Kali, dea della distruzione dell’illusione della Realtà assieme a Shiva. Il paragone non è esagerato. Agli inizi della lunga carriera politica, si fece ritrarre a cavalcioni di un leone proprio come Kali. Poi nei panni di Madre Maria, con proclami esaltati come «D’ora in poi la Storia sarà la sua storia», che le costarono l’accusa d’essere affetta da «Sindrome della Personalità Divina».
Ecco infatti l’hybris, la tracotanza che nel ’95 la fece finire nel Guinness dei primati e nei guai per aver scialacquato 20 milioni di euro nel più sontuoso matrimonio della storia per il figlio adottivo e 150 mila invitati. S’aprirono le inchieste per capire la provenienza di tutti quei soldi. In una sua villa trovarono 800 chili d’argento, 28 chili d’oro, 10 mila sari, più 400 paia scarpe. Due anni fa, le accuse di corruzione la portarono in prigione. Scontata parte della pena, tornò al potere al quale rimase aggrappata saldamente, per la quinta volta, fino a ieri. Ora che «mamma» è morta, sarebbe l’occasione per i tamil di coltivare un rapporto meno filiale con il potere. Ma già s’affaccia M.K. Stalin, figlio del leader del Dmk, tra i primi al funerale, a proporsi come nuovo divo carismatico.