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 1999  gennaio 25 Lunedì calendario

Risicoltori e industriali della trasformazione (circa 20

• Risicoltori e industriali della trasformazione (circa 20.000 addetti) bloccano dal 18 gennaio le contrattazioni nelle borse merci per protesta contro l’Unione Europea che applicando dazi doganali troppo bassi incoraggia le importazioni da paesi extra UE. La crisi (nell’ultimo anno le quotazioni semilavorato sono scese del 30%) è cominciata nel 1995, dopo la firma degli accordi commerciali sui prodotti agricoli tra Europa e Stati Uniti (’Gatt”): in quella sede i rappresentanti dell’agricoltura europea non seppero opporsi all’aggressività e agli interessi degli agricoltori americani abbandonando sul libero mercato (senza protezioni doganali) i prodotti pregiati ma non strategici dell’Europa mediterrranea (tra cui riso e fiori) e puntando tutto sulla difesa dei cereali. I produttori italiani sono sopravvissuti al calo dei dazi solo grazie all’aiuto di Bruxelles che comprava a prezzo politico le eccedenze: un quintale di riso prodotto in Italia costa dalle 50 alle 70 mila lire, lo stesso tipo sul mercato americano non supera le 32.000. Con la fine dell’anno l’intervento della comunità europea è stato interrotto per le pressioni della Wto (la commissione mondiale sul commercio che vigila sulle libertà dei mercati).
• Edoardo Raspelli sulla ”Stampa” del 19 gennaio: «Il riso [...] collante unificante della nostra storia gastronomica, dai ”risi e bisi” (il riso e piselli della nostra tradizione veneta), alla panissa- paniscia della storia del cuore del Piemonte, al risotto alla Certosina, che i monaci della Certosa facevano, appunto, con gamberi di fiume (e delle rogge). E, tanto per citare un piatto, che ne sarà del riso e cozze che rompe, nel sud, la predominanza della pasta negli usi meridionali?». Giorgio Bocca sulla ”Repubblica” del 20: «Si protesta come accade ciclicamente per la irrisolvibile questione agricola dei paesi ricchi che è un po’ la storia di chi vuole la botte piena e la moglie ubriaca, i paesi che vendono prodotti industriali ai paesi poveri e che devono comperare da essi prodotti agricoli se vogliono che in qualche modo campino anche loro, specie adesso che tutti dicono che l’immigrazione deve essere fermata all’origine. Poi c’è anche la differenza tra l’Europa ricca e quella meno ricca, l’Europa degli eurocrati nordeuropei che tendono ad accollare i sacrifici a quelli mediterranei e così liberano le importazioni di riso dal Nordafrica e dall’Asia [...] Una crisi totale e definitiva della risicultura non è pensabile fosse solo perché le risaie a protezione del Piemonte, lungo la linea del Ticino, sono qualcosa di saldato, di immutabile, nella storia e nella geografia. Una terra che vive nella terra e della terra, in continuo flusso e riflusso [...] Acque che vanno per migliaia di chilometri sopra e sotto gli invasi del riso, da dosare se il riso stenta a maturare, visibili in canali e fossi, o nascoste nel grande lago sotterraneo su cui galleggia la Pianura Padana». Mario Preve, presidente della Riso Gallo, nega che i risicoltori italiani chiedano misure protezionistiche: «Solo in teoria. Nella realtà accade che tutti i paesi difendano le proprie agricolture. Chi più apertamente, chi meno. E poi ci vorrebbero regole uguali per tutti. Non è giusto che in Thailandia o in Cina il salario possa essere una ciotola di riso e due giorni di ferie senza preoccupazioni di tipo previdenziale o assicurativo [...] Non solo. In Europa gli stabilimenti devono rispondere a certi requisiti di salubrità e sicurezza, mentre il riso che arriva dalla Cina può contenere di tutto».