Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 1 dicembre 1997
Fino a che punto è lecito a un marito, cattolico praticante, desiderare la propria moglie che ha sempre «faticato» ad accettarlo come uomo? Una volta si diceva che la donna aveva dei doveri coniugali precisi e, se non li assolveva, commetteva peccato
• Fino a che punto è lecito a un marito, cattolico praticante, desiderare la propria moglie che ha sempre «faticato» ad accettarlo come uomo? Una volta si diceva che la donna aveva dei doveri coniugali precisi e, se non li assolveva, commetteva peccato. Ora, dato che nella Chiesa molte cose stanno cambiando, vorrei sapere da lei se a noi mariti è rimasto ancora qualche diritto, o se abbiamo soltanto dei doveri. C’è chi si separa e chi cerca altrove quel che non trova in casa, ma io non voglio arrivare a tanto. E allora quale suggerimento mi dà per non continuare a fare... l’asino e portare la soma?
Lettore Veneto
Ho già detto la mia su questo punto, anche di recente, procurandomi qualche guaio per il modo in cui la risposta è stata ripresa e commentata dai mezzi di comunicazione. Il sugo del discorso è comunque questo: il sì degli sposi, che è sostanza del patto coniugale e del sacramento, include anche il dono reciproco dei corpi, per cui un rifiuto ingiustificato può configurarsi come colpa. Il principio è dunque chiaro ed è tuttora valido. La novità - se così la si vuol chiamare per capirsi meglio - consiste nel fatto che oggi l’accento si è spostato dalla rivendicazione di un diritto, dall’imposizione, dalla prevaricazione dell’uomo sulla donna, alla reciprocità, al rispetto, al dialogo, in una parola all’amore autentico che non può esaurirsi nella fisicità del rapporto, nella prestazione sessuale per di più esigita come un dovere, un «debito» appunto, come usava ancora dire qualche decennio fa. La legittimità del desiderio ha come contropartita la generosa e gioiosa partecipazione di ambedue i coniugi.
• Vorrei sottoporre alla sua attenzione un problema non soltanto mio ma di molte famiglie con figli seri e per bene, sopra i venticinque anni e sotto i quaranta, i quali - avendo poche conoscenze, o perché timidi o perché disertano le discoteche - si trovano soli e depressi. Mi domando e lo chiedo anche a lei, padre: perché alle soglie del Duemila, la Chiesa per prima non affronta questo problema? Tra le parrocchie della stessa città e dintorni (a Roma, ad esempio sono centinaia) si potrebbero organizzare gite e incontri finalizzati alla conoscenza tra giovani; e anche il suo giornale potrebbe dedicare una rubrica a tale scopo. Il cardinale Ersilio Tonini, riferendosi alle «culle vuote», ha invitato gli sposi a «mettere al mondo almeno due figli». Ma come si fa a dargli ascolto, se prima non si creano nuove famiglie?
Lettera firmata
vero, un tempo la parrocchia e le sue organizzazioni, tra cui soprattutto l’oratorio, erano il «punto d’incontro» naturale tra ragazzi e ragazze. Lo è ancor oggi in molti luoghi, specie se non sono i giovani a «squagliarsela» per primi. Mica è dei preti la parrocchia, è di tutti; e se tutti concorreranno a vivacizzarla, torneranno a spuntare al suo interno tanti bei germogli d’amore e di vita. Per quanto ci riguarda, più che pensare a una «rubrica» che implicherebbe una complessa organizzazione, rinvio come sempre a un istituto affidabile: La Casa - Via Lattuada 14 - 20135 Milano - tel. 02/55.18.73.10.