Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 6 marzo 2000
Gli interessati nicchiano, ma il popolo di Internet, come la Borsa, scommette: la fusione tra Fiat e DaimlerChrylser si farà
• Gli interessati nicchiano, ma il popolo di Internet, come la Borsa, scommette: la fusione tra Fiat e DaimlerChrylser si farà. Anzi, la fusione si è già consumata nel ciberspazio, nella ”terra di nessuno” chiamata domain name registration, l’anagrafe virtuale del pianeta Internet. Il nome DaimlerChryslerFiat.com è stato infatti registrato il 24 novembre 1999 negli Usa, dove le sorti del gruppo Fiat sembrano essere diventate una specie di gioco del Lotto: ipoteche sono già state poste negli ultimi due mesi anche sul nome FordFiat.com (ma non su FiatFord.com, in ossequio ai rapporti di forza tra le due imprese), su GmFiat.com (ma non su FiatGm.com), su RenaultFiat.com (e su FiatRenault.com) e persino su PeugeotFiat.com.
Se la Fiat si fonderà con una di queste case automobilistiche e il nuovo gruppo vorrà registrare il marchio sul world wide web, è con il popolo di Internet che dovrà fare i conti: o la nuova società ricompra il titolo di proprietà del sito, pagandolo a caro prezzo, oppure rinuncia del tutto alla registrazione del marchio in questa forma. Il caso è particolarmente irritante soprattutto per i tedeschi, perché già una volta il gruppo di Stoccarda è caduto in questa trappola: due anni fa la Daimler dovette comprare (si dice per diverse decine di milioni) il nome DaimlerChrysler.com, che era stato registrato da un ragazzo coreano ai primi segnali di negoziato tra le due imprese.[...]
Exxon, Fiat, Daimler, centinaia di altre imprese nazionali e multinazionali, e persino attori famosi, stilisti e cantanti, sono le vittime del cybersquatting, la pratica divenuta comune su Internet di registrare importanti marchi commerciali nel tentativo di rivenderli a caro prezzo alle aziende proprietarie.
• registrazione costa dai 35 ai 75 dollari l’anno e può rendere milioni se si azzecca la giusta combinazione: come appunto avviene in una sorta di Lotto. Tutto può essere registrato, e non c’è bisogno di dimostrare che il nome non sia già utilizzato da una società esistente: tale è la frenesia di registrare un indirizzo che, anche se il nome di un web site può essere composto di 22 lettere, numeri e segni (una formula che si traduce in 31.700 milioni di miliardi di miliardi di possibilità di denominazione), è ormai difficile registrare un nome che abbia senso. Basti pensare che oggi oltre 125 mila siti web vengono registrati ogni mese (erano non più di 200 due anni fa) [...].
Chi rifiuta di pagare deve rivolgersi al tribunale, preparandosi ad affrontare una lunga e costosa battaglia giudiziaria per violazione del marchio commerciale. La Porsche, per esempio, ha fatto causa contro oltre 100 siti web.
Vincere non è però facile. «Il legittimo titolare del marchio – spiega Stuart Singer, managing partner della Kirkpartick & Lockhart, uno studio legale specializzato – deve dimostrare che questo è usato commercialmente dal cybersquatter, e che il suo uso non autorizzato può creare confusione. Oppure deve dimostrare che il marchio è famoso e che l’uso non autorizzato può diminuire la sua capacità di identificare i beni e i servizi che dovrebbe rappresentare. Poiché i cybersquatter non usano il marchio che registrano, tutte le strade per inchiodarli si sono rivelate inefficaci. Molte imprese preferiscono ”pagare il riscatto” e riavere il loro marchio da usare su Internet».
• Ora però il vento sta cambiando. Per colmare questo vuoto giuridico, che ha permesso l*esplosione delle compravendite e persino la nascita di una Borsa virtuale dei domain name (il sito è websitesnames.com), il legislatore americano ha approvato l*anno scorso l*Anti Cyber-squatting Protection Act. La nuova legge, controfirmata da Bill Clinton in dicembre, permette al proprietario di un marchio registrato di fare causa a chiunque registri, scambi o utilizzi un domain name identico al suo, o tanto simile da creare confusione nei consumatori.
Il denunciante deve dimostrare che il cybersquatter «ha registrato il marchio commerciale in malafade e per fini di lucro». «L*aspetto più interessante e innovativo per le imprese * aggiunge Singer * è che il denunciante non deve però dimostrare che il cybersquatter stia utilizzando il marchio: basta che lo abbia registrato. La nuova protezione introdotta con la legge si estende inoltre ai nomi propri di persone esistenti». [...]
Dal 3 gennaio scorso, inoltre, le imprese che vogliono riconquistare il proprio nome possono rivolgersi alla Uniform Domain Name Dispute Risolution Policy [...]. Il varo della legge, per quanto recente, ha già dato i primi risultati: oltre 100 tra imprese, personaggi famosi e organizzazioni hanno fatto causa tra gennaio e oggi ai cybersquatter. Nell*offensiva ci sono aziende del calibro della Ford, organizzazioni come l*America*s Cup, squadre di baseball come i New York Yankees, la Harvard University e persino stelle del cinema come Brad Pitt, Kenny Rogers e John Tesh: tutti rivogliono il proprio nome, o quanto meno protezione dagli abusi.
Che accadrà, allora, di DaimlerChrylserFiat.com o delle altre combinazioni industriali e finanziarie concepite dai cybersquatter? «Niente * conclude l*esperto legale * perché la legge copre nomi propri e marchi esistenti, non quelli che ancora non esistono».