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 1997  agosto 25 Lunedì calendario

Tutti lo chiamavano Alì

• Tutti lo chiamavano Alì. Ma per nessuno era davvero un uomo. «Chillo? Un animale...Gli mancano solo la coda e le corna» è l’impassibile crudezza con cui se lo ricorda Anna Marulli, madre del suo padrone Mario Iacobucci. Un diavolo, un caprone, un mostro come sanno essere feroci i mostri delle leggende. Reale, ma invisibile per tutti. Un ragazzo di 23 anni, che raramente, la sera, dallo stazzo scendeva in paese a S. Eufemia. Sporco perché comunque, non si è damerini, con quel mestiere. «Però non rissoso e di sicuro musulmano osservante», dice Guido Maiorano, del rifugio San Leonardo. «Sempre solo aranciate, quando è capitato qui, mai una birra o un bicchiere di vino».
• Tutti conoscevano Alì il macedone, quella bestia che puzzava di formaggio a forza di mungere pecore, vivere in una branda senza cesso, lavarsi nell’abbeveratoio degli animali. Era in Italia da qualche anno e parlava con dialetto abruzzese, quasi senza inflessione. Aveva rubato cavalli, era stato arrestato due anni fa, ma mai rimpatriato proprio a causa di quella pendenza giudiziaria da scontare. Lui, senza permesso di soggiorno, era tornato a lavorare e a vivere nello stazzo di Iacobucci, famiglia che a Sant’Eufemia è un clan. Undici fratelli, tanti emigrati in Australia come Mario, il padrone di Alì, e poi tornati. «Alì era con noi in prova assieme ad altri due slavi, se uno ha fame e ha bisogno noi non ci tiriamo indietro», interviene Maria Alberico, moglie di Iacobucci. «Chi poteva aspettarsi... Era clandestino? Ma noi lo abbiamo solo aiutato...». Sì, perché Alì quando arriva in Italia va da Mario, che per dieci anni aveva fatto il camionista tra i canguri. Un tipo focoso, Mario, per qualcuno un attaccabrighe a cui piacciono le pistole che teneva in Australia e non si sa se anche sulla Maiella (piacciono pure al figlio Dario, parà nella Folgore). Alì gli dice: aiutami. Fammi lavorare d’estate allo stazzo. Il gregge di Iacobucci sale sul Morrone da Chieti scalo dove abita la famiglia l’inverno. C’è necessità di manodopera. E si vede che scatta la complicità fra emigranti. Tra Alì il macedone e Mario l’australiano. Mario però è uno che la sa lunga in proposito, e da quando è tornato a casa, ne adopera tanti come servi pastori, di questi slavi che approdano in Abruzzo, per la transumanza. Li paga in nero, quasi niente. Come Alì. Anche Anna Marulli, madre di Mario, una vecchia di ottant’anni dalla mente sveglia ne ha conosciuti di servi-pastori come Alì il macedone. Te lo spiega nel salotto della casa di pietra piena di ninnoli e souvenir di canguri, la foto di Elvis Presley vicino alla finestra.
• Una volta questa montagna pullulava di pastori pugliesi poi qui sono arrivati a decine gli slavi negli ultimi dieci anni, clandestini come Alì l’uomo-lupo, disposti a sperdersi nella montagna di papa Celestino. Tutti, sul Morrone, lo sanno e te lo dicono con frasi smozzicate. Senza i ”nuovi schiavi” come Alì che badano ai greggi di pastori che non hanno più voglia di fare i pastori, un pezzo d’economia che ora lentamente s’è rimessa in moto sarebbe affondata. Sono almeno una cinquantina questi «fantasmi». Innocui, fino a quando non si ritrovano fra le mani uno zaino pieno di pistole. Parecchi, dicono in paese, appartengono all’emigrazione vecchia, precedente allo sbarco degli albanesi del ’91 a Bari, gente che s’è spinta quassù alla spicciolata, senza chiasso, pronta a sopravvivere come cani, come lupi. Alì, a 23 anni, è già un vecchio. A Sulmona gli albanesi parlano sulmonese fanno i manovali, o gli stagionali per la raccolta delle olive e dell’uva. Ma nessuno fino a ieri, ha mai avuto paura di loro. Ci sono anche degli abruzzesi, pochi, che s’adattano alla vita di servo-pastore. Appena fuori dal paese di S . Eufemia, incontriamo Salvatore, che è nato qua e ha 200 pecore da sorvegliare per un padrone locale. Salvatore ha un’età indefinibile: capelli quasi bianchi, faccia cotta dal sole e una solitudine scelta, inseguita, amata più di una donna. Dice che il suo padrone lo ha messo in regola e gli dà 800 mila lire al mese («questa è la tariffa») . Che è uno che non lo frega. Che invece quell’altro sì, eccome, quello che stava sull’altro versante laggiù e fa cenno col dito. Poi ributta gli occhi tra i cespugli a controllare il gregge. «Io in casa non volevo starci. Stavo con mio fratello, c’era anche lavoro in paese, ma io stavo male. Le donne? Ti compromettono. Così ho sempre detto di no. Io parlo poco, e quando passa qualcuno, e mi chiede qualcosa s’interrompono i miei pensieri. Ho un pensiero fisso, tante volte ma s’interrompe e si disperde, poi ricomincia. Penso alla morte. Ma non so bene a cosa sto pensando».