Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 29 maggio 2000
Caro Montanelli, Ho ”conosciuto” Luigi Barzini senior nel corso delle modeste e quasi clandestine celebrazioni del centenario della nascita, ad Orvieto nel 1974, occasione sulla quale lei scrisse un micidiale (mi passa il termine?) ”controcorrente”
• Caro Montanelli, Ho ”conosciuto” Luigi Barzini senior nel corso delle modeste e quasi clandestine celebrazioni del centenario della nascita, ad Orvieto nel 1974, occasione sulla quale lei scrisse un micidiale (mi passa il termine?) ”controcorrente”. Da allora la voglia di sapere è cresciuta, fino a trovare nuove ragioni di approfondimento e di ricerca nell’incarico che mi ha affidato la Cassa di Risparmio di Orvieto, di realizzare un volume non tanto, o forse è meglio dire non solo, sul giornalista, sul grande e irripetibile inviato, quanto sull’uomo, la sua famiglia, i rapporti con Orvieto e su come il giornalista della Pechino-Parigi e di tante altre cronache ormai leggendarie sia finito solo e con poche lire. Disse al figlio: «Pensa se scoprissero che in fondo ho raccontato soltanto quello che ho visto». Una frase da appendere dietro la scrivania di molti. Come mai in Italia facciamo tanta fatica a riconoscere, difendere e valorizzare i grandi uomini?
Domenico Corucci, Perugia
• Caro Corucci,
potrei sbrigativamente risponderle: perché è l’unica rivalsa che quelli piccoli possono prendersi su di loro. Ma al silenzio che per decenni si è fatto intorno al nome di Barzini, contribuirono anche altri motivi. A cominciare dalla fulmineità (che fu scambiata per facilità) del suo successo. Barzini veniva, come lei sa, da una modesta famiglia di Orvieto - suo padre faceva il sarto - che non gli aveva dato i mezzi per compiere studi universitari. Era tuttavia riuscito a diventare collaboratore del ”Fanfulla”, un giornale fiorentino più vivace che autorevole, i cui lettori apprezzavano, più che la prosa di Barzini, gli umoristici disegni di cui la infiorava.
Come avesse fatto Albertini, il mitico direttore-editore del ”Corriere della Sera”, a fiutare in lui il grande giornalista, è sempre rimasto un mistero. Fatto sta che, ingaggiatolo, lo mandò su due piedi a fare il corrispondente a Londra con l’ordine di non scrivere per tre mesi e d’impiegarli a imparare la lingua, a studiare com’erano fatti i giornali inglesi, a vestirsi e a comportarsi come un inglese. Barzini stette agli ordini punto per punto. E quando Albertini gli ordinò di seguire il primo grande raid automobilistico, quello Pechino-Parigi del Principe Borghese, ne ricevette in cambio un reportage («La metà del mondo vista da un’automobile»), che fu ripreso da tutta la stampa mondiale e vi fece testo. Di lì nacque ”il re degl’inviati speciali”; e lo rimase, circondato da un’ammirazione pari soltanto alle invidie che suscitava (il nostro, caro Corucci, è un mestiere di primedonne), fin quando non commise lo sbaglio di voler fare il direttore. Lo divenne di un giornaletto italiano di New York, e fu un fiasco. Passò a ”Il Mattino” di Napoli, di cui egli pretendeva fare un Times, e fu un altro fiasco. Poteva infischiarsene: riconosciuto ”Maestro” in tutto il mondo, era anche Senatore del Regno. Ma la passione della carta stampata lo indusse a ridiventare ”inviato speciale” dell’Agenzia Stefani (l’Ansa di allora) e del Popolo d’Italia di Mussolini.
• Purtroppo tra noi, suoi figli, non si fece molti amici. Ci trattava, o meglio non ci trattava affatto. Nella gara a chi arrivava primo sulla notizia, e a chi la riferiva meglio, anche da vecchio ci batteva regolarmente. In parole povere: finché c’era lui, nessuno di noi poteva aspirare al primato. E fu per questo che quando, con la caduta del fascismo, cadde pure lui e fu epurato anche come Senatore, non trovò, oltre a suo figlio (che però, impegolato in certi suoi guai personali, non gli poteva dare molto aiuto), che due colleghi ansiosi di dargli una mano: Gian Gaspare Napolitano e il sottoscritto. Io lo aspettavo nell’archivio del ”Corriere” dove lui veniva quasi ogni mattina a ricercare i suoi vecchi articoli, e spesso riuscivo a tenerlo a pranzo con me (era un uomo orgogliosissimo) con la scusa di parlargli dell’altro suo figlio ch’era stato prigioniero con me a San Vittore e che, deportato in Germania, vi era morto, non si è mai saputo come.
Guardi un po’ cos’è la vita. Questo grande Barzini, che tutti abbiamo creduto ”baciato dalla fortuna”, morì per la vergogna di morire di fame. Se ne dette la colpa a una overdose di sonnifero. E certamente la causa fu questa. Ma qual era la causa della causa?
Al funerale, eravamo quattro gatti. ”Che vergogna!” disse Napolitano. Già, che vergogna!
Indro Montanelli