Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 15 maggio 2000
un punto fermo: la mia vita è finita quel giorno
• un punto fermo: la mia vita è finita quel giorno. Mi guardo vivere, mi lascio vivere, ma è come se non ci fossi più. Magari fossi morta anch’io, quel giorno! Invece ho lottato per uno scopo che non so. Sono stata in cura da uno psichiatra a Marsiglia per sei mesi, poi ancora otto mesi... Per arrivare a cosa?Ancora oggi, dopo tredici anni, non so come difendermi dai ricordi. I ricordi sono feroci, sono più forti di tutto. Ho solo imparato a tentare di fare qualche opera di bene, pensando agli altri. Mi rimprovero di aver pensato assai poco agli altri; forse conta solo questo, nella vita. Per il resto qualsiasi cosa vale un’altra cosa. Fuggo, cerco protezione: il mare, gli amici, il piccolo mondo di Montecarlo che conosco e mi conosce, dove tutti mi rispettano... dall’autista al cuoco del ristorante. E il casinò, ancora tanto casinò: come terapia. Prima era un vizio, adesso è una cura, per tenere i pensieri lontani da quel giorno”.
Debbo ancora chiederti: come successe?
’Era il 1987. Io avevo avuto degli incubi premonitori: sognavo sempre persone che volevano suicidarsi. E quel giorno - eravamo in casa solo io e lei, mia figlia - la casa mi sembrava una prigione, dissi a Isabella: usciamo, andiamo a fare una passeggiata...”
Com’era, Isabella?
’Fragile, sensibile” (Ljuba Rizzoli a Cesare Lanza)
• Aveva problemi di tossicodipendenza?
’Il problema non era questo. Non voglio usare la parola schizofrenia. Ma i medici dicevano che lei viveva in un mondo suo, astratto: probabilmente le mancava la famiglia, che non c’era più, devastata dopo le vicende legate al Banco Ambrosiano e la morte di Andrea. Isabellina voleva essere in pace col mondo, con tutti, cercava il consenso, l’affetto di tutti... Qualsiasi cosa spiacevole la impressionava terribilmente. Gli eventi in tivù (un ricordo per tutti: il disastro di Chernobyl) la segnavano, la turbavano. Era in cura in una clinica, qualche volta usciva, quel giorno eravamo insieme...”.
’Ci fu una coincidenza terribile. Isabella guardava la tivù, un telefilm: c’era una scena in cui la ragazza si butta dalla finestra... Io subito spengo, con il telecomando. E le dico: usciamo, usciamo, Isabellina, andiamo a casinò a farci un black-jack, ne hai voglia? Mi stai vicina? E lei: sì, mami, va bene. Isabella va nel suo bagno, io nel mio... Le grido: cantiamo qualcosa, porta buono. La tengo d’occhio, ho le mie paure addosso. Ma la ricordo davanti a me: bella, bellissima, pallida, stravolta... Mi dice: mi cambio anch’io, ci metto un attimo. Passano pochi istanti, la cerco, non la vedo. Grido. Dove ti nascondi, dove ti nascondi? Ho subito un presentimento in cuore. Forse si impazzisce così! Un dolore, un male, che non potresti augurare al peggior nemico. Corro in terrazzo, ricordo che urlavo, poi la lunga corsa giù per la strada, non ricordo altro, solo un ragazzo che chiamava la Croce Rossa e mi teneva lontana... E poi i medici all’ospedale. Mi dicono: Isabella si è liberata dai suoi mali... Liberata! Urlavo, urlavo...”.
• ”Ho ereditato quei mali, i suoi mali, da Isabellina, in quel momento. E il tempo non passa mai. La mia vita è scissa tra ricordi, incubi, momenti di entusiasmo e di voglia di tornare a vivere, e indifferenza, indifferenza, verso tutto e tutti. Non faccio niente che mi piaccia e se penso alla mia vita passata trovo pochissime cose che mi siano veramente piaciute. Non so se puoi capire. Vivo astrattamente: è come se fossi morta. I valori, i riferimenti non esistono più. Convivo con Isabella, come se lei fosse qui. Le parlo, la sogno. una presenza continua. Spesso vado a trovarla, a Milano, al cimitero Monumentale dov’è sepolta: a fianco dei suoi nonni e di suo papà, la persone che amava di più al mondo...”.
Rimorsi?
’Sì. Non avrei dovuto isolare Isabella in collegi di lusso. Lusso e sempre lusso. Ma questa era la vita: eccessi, eccessi. Ho avuto troppo e ho bruciato tutto. Ho vissuto in modo stupido”» (Ljuba Rizzoli a Cesare Lanza)