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 2000  febbraio 14 Lunedì calendario

Milano - Dicevano fosse un sadico pazzo «il Concardi Aurelio» da Cernusco sul Naviglio

• Milano. Dicevano fosse un sadico pazzo «il Concardi Aurelio» da Cernusco sul Naviglio. Da manicomio giudiziario. O, almeno, così sostenne inascoltato, in quel 1986 di fronte alla Corte di assise di Milano il professor Francesco Riggi, primario di psichiatria dell’ospedale San Paolo. Di una pazzia «residente» e «resistente»: «psicosi schizofrenica da esordio lontano» aiutata dalla liquefazione cerebrale da coca e da qualche «pera». E invece no, conclusero la Corte e i suoi periti, quelli di ufficio. I sei disgraziati tossici che aveva scannato come bestie erano opera di «soggetto capace di intendere e volere». Certo, le sue vittime, finite con colpi alla nuca, le aveva oltraggiate «il Concardi Aurelio». Ora infilandole nel bagagliaio di una Fiat 500. Ora sprofondandole in un pozzo nero. Ora scotennandole a colpi di rastrello. Certo, aveva ridotto i volti di quei poveri disgraziati a irriconoscibili tavolozze di sangue e carne. Ma era stato «processualmente collaborativo» il Concardi Aurelio. I suoi complici, il gruppo di balordi assassini che si prendevano la vita dei tossici cui non potevano più prendere i soldi, li aveva riconosciuti. Meglio, li aveva accusati in aula tra le lacrime: «La prego Presidente... ho paura. Io parlo e poi lei mi fa portare fuori. Nelle gabbie non rientro». E dunque, ergastolo aveva sentenziato la Corte. Perché poi si sa che un premio sarebbe arrivato. Una «prevalenza delle attenuanti sulle aggravanti». In appello. Addio ergastolo, ecco i 30 anni.
• Dicevano però che mai, in ogni caso, «il Concardi Aurelio» avrebbe messo il muso fuori dalle sbarre prima dell’anno 2009, a 53 anni suonati. E invece no. Nel ’96, il tribunale di sorveglianza di Brescia, pensò che gli anni del furore erano alle spalle. Che «il Concardi Aurelio» era pronto alla prima forma di reingresso civile nel mondo dei liberi. Non libero tra i liberi, certo. Semilibero. Una firma all’ingresso del carcere di Verziano (Brescia) alle sette del mattino. Una giornata di lavoro in una comunità della zona. E poi di nuovo dentro alla sera. Tredici anni, forse, sicuramente meno, sarebbero passati prima. «Ormai sono un pezzo di merda» ha gridato ieri il Concardi Aurelio all’incanutito Ferdinando Pomarici che aveva avuto in quel 1986 come pubblico ministero. E chi sa che quell’«ormai» non sia suonato nuovo oltraggio a Domenico Corona, Maurizio D’Elia, Tiziana Bonicelli, Patrizia Rovelli, Giovanni Genualdi, Alberto Turtur e Francesco Vitale. Quei sette se li erano «fatti» tra il 4 settembre ’82 e il 14 settembre ’84. Lui, il Concardi, Michele Sgaramella, Filippo Donvito, Roberto Tomasoni, Alessandro Luigi Asperti. Si erano conosciuti agli inizi degli ’80, e in comune, se non altro, avevano il nulla delle loro case a sud di Monza. Orribili casermoni a Cassina de’ Pecchi, Pioltello, Cernusco sul Naviglio. L’eroina rendeva. Quanto e meglio della cocaina. Anche perché chi non pagava se ne andava all’altro mondo.
• Il metodo era semplice. Costante. Uno, due, tre colpi. Regolarmente alla nuca. Perché i vivi sapessero dai morti. Patrizia Rovelli e Maurizio D’Elia se ne erano andati in un campo di mais, il Gabba della cascina Gervasina, a Pieve Fissiraga. Erano tossici, erano indebitati, erano ”cavalli” da spaccio ormai inservibili. E come tali abbattuti. Poi era toccato a Francesco Vitale. «Se non mi tiro fuori faccio la stessa fine di Rovelli e D’Elia», aveva detto spaventato ai suoi amici. E aveva ragione, perché i suoi carnefici lo avrebbero tirato dentro. Tre colpi al cervello e giù nel canale Villoresi. Meglio certo che nel pozzo nero a Ginestrino Carugate, dove Giovanni Genualdi sarebbe stato infilato a testa in giù. Aperto a metà. Ma non era finita. Avevano fatto esplodere la testa di Domenico Corona e quella di Alberto Turtur. Per poi avventarsi su Tiziana Bonicelli. Una notte che aveva tenuto a raccontare lui, il Concardi Aurelio. «...Sì, insomma, signor Presidente... Andammo ad aspettarla sotto casa e la invitammo a fare un giro in macchina... Ad un certo punto le stavo parlando ed ecco... sì... mi tolsi il laccio delle scarpe e la strozzai. Poi la tirammo giù dalla macchina e prendemmo il rastrello». Non per muovere la terra della sepoltura. Ma per scotennare un povero corpo. «Ormai sono un pezzo di merda... dottore», ha gridato ieri il Concardi Aurelio.