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 1998  maggio 11 Lunedì calendario

Dodicimila nell’arena

• Dodicimila nell’arena. Una folla esaltata, senza più freni. Acclama il gladiatore, quel ragazzo dallo sguardo assassino, i muscoli tesi e nudi, coperto solo da un paio di boxer col disegno di un toro furente. Una serie di gomitate volanti sulla faccia del nemico, un gancio impietoso alla nuca. Sangue a fiotti. Knock-out. L’arena è tutta in piedi, un unico lunghissimo urlo squassa il prestigioso Lumpini Stadium a Bangkok. Suggella la sconfitta del danese Dennis Koebke e il trionfo, l’ennesimo, dell’ultimo eroe nazionale: il campione di kick-boxing Parinya Kiatbusaba.
• Sport virile per eccellenza, ibrido feroce delle più tradizionali arti marziali d’Oriente e della ”nobile arte” della boxe occidentale, erede in Thailandia delle antiche tecniche di lotta a mani nude di cui l’Esercito reale resta custode ufficiale. Cultura militare, mascolinità? Gli occhi assassini di Parinya, a battaglia finita, si stendono in un sorriso d’angelo. Si avvicina all’avversario con passi felpati e stampa le labbra sulle sue guance insanguinate. Un bacio, «per farmi perdonare». E poi via, negli spogliatoi, a sistemarsi il trucco e riagganciare i pendenti ai lobi delle orecchie. Perché Parinya è un travestito, dichiarato, e la platea ululante, molti gay, lo ama soprattutto per questo. «Ho il corpo di un lottatore ma nel mio cuore sono donna», dichiara con un timido sorriso il campione sedicenne, le unghie laccate da smalto color carminio. Nessuno scandalo ln Thailandia, società aperta alla ”diversità”, patria di un amore libero che per miseria sfocia spesso in prostituzione di tutte le età e di tutti i sessi, ma anche Paese di grande tolleranza, in mezzo al moralismo dei vicini asiatici che ancora ghettizzano o puniscono l’omosessualità. Qui il popolo da tempo è abituato a vedere travestiti e gay discettare in Tv o marciare nelle parate militari. Ma Parinya è andato oltre. Giovanissimo è già un simbolo nazionale, celebrità più famosa per i suoi vestiti sgargianti che per le sue vittorie (20 match su 22, diciotto finiti al K.O). Agnello che sa trasformarsi in spietato leone. Un travestito che si è fatto strada a colpi di pugni e bacetti nell’unico sport che da queste parti, come il calcio in Sudamerica, offre ai poveri figli della provincia la chance di fare fortuna. Soltanto loro, d’altronde, hanno il coraggio e la disperazione per salire su un ring quasi senza regole.
• Lotta violentissima, dove si boxa con i guantoni ma si può (si deve) lanciare attacchi improvvisi da karateka, ginocchiate in faccia e pedate ovunque. L’’angelo” Parinya ha una specialità: il calcio che si alza fin sopra la testa e poi si abbatte sul collo dell’avversario. « così difficile picchiare uomini belli come i miei rivali - si scusa il gladiatore - Posso abbatterli con facilità ma poi mi viene voglia di abbracciarli e baciarli». Requiem alla mascolinità orientale. Bravino, sì, dicono i critici, ma le sue capacità non spiegano tanto successo, gli organizzatori sfruttano la sua ”diversità” e la curiosità che suscita tra gli spettatori per riempire gli stadi e alimentare il mito. «Non fatevi distrarre dal mio look - replica imperturbabile Parinya - questo sorriso ha già messo al tappeto diciotto uomini». Un metro e settanta per 64 chili di peso, Parinya ha imparato presto a difendere la sua voglia di essere donna. Figlio di contadini del Nord, si infilava fin da piccolo nella camera della sorella per vestire i suoi gioielli e le sue gonne, ma alle fiere di paese il padre lo trascinava a vedere interminabili incontri di pugilato. Una lezione di lotta per lo scolaro deriso dai compagni per i suoi bracciali e il rimmel agli occhi. Adesso arriva felice agli allenamenti, adorno di anelli su tutte le dita, si sofferma allo specchio per una sistemata ai capelli mentre gli altri misurano muscoli e colpi. Nessuno lo prende più in giro. E il trainer lo esalta: «Alcuni lottatori sono bravi solo in uno o due colpi, Parinya ha in mano tutte le tecniche: il calcio, le gomitate, i pugni. il più forte». E la Thailandia si fa perdonare per quei due giovani travestiti, star della pallavolo, che due anni fa vennero esclusi dalla squadra nazionale perché potevano ”rovinare” l’immagine del Paese all’estero.