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 1997  agosto 04 Lunedì calendario

A pochi giorni della riapertura delle trattative di pace tra Israele e Palestina, mercoledì 30 luglio alle 13

• A pochi giorni della riapertura delle trattative di pace tra Israele e Palestina, mercoledì 30 luglio alle 13.15 (12.15 in Italia) Majed Qasiya, ventunenne appassionato di karate, e Saad Al Tel, ventiquattrenne appassionato di auto veloci, sono esplosi insieme alle loro borse imbottite di dieci chili di tritolo nell’affollatissimo mercato ebraico all’aperto di Mahane Yehuda, a Gerusalemme: 15 vittime, compresi gli attentatori, e 156 feriti. I terroristi erano vestiti con giacche nere, camicie bianche e cravatte, forse per farsi passare per ebrei ultraortodossi. I testimoni raccontano d’aver visto «la gente saltare in aria, senza braccia, senza gambe, senza vestiti. Sembrava una scena di guerra». Pochi minuti dopo l’esplosione sono arrivati, come sempre, gli «angeli in nero», i rabbini e i seminaristi ortodossi dell’associazione Hessed shel-Hemet (Pietà) che si sono assunti il compito di raccogliere da terra membra, brandelli di carne, lembi di pelle, ricerca resa più difficile dal fatto che le mercanzie esposte sulle bancarelle per lo scoppio si erano polverizzate creando sull’asfalto una melma di sangue, frutta e verdura. Due i possibili responsabili dell’attentato: i terroristi dell’organizzazione Hamas, che per il sacrificio garantiscono il Paradiso, con la felicità eterna in compagnia di 72 mogli vergini (gli ”aspiranti kamikaze” di Hamas partecipano alle riunioni indossando il sudario con cui si avvolgono i cadaveri prima di seppellirli e sono perciò detti ”cadaveri viventi”, dopo il loro martirio le famiglie fanno festa e offrono dolci e bevande agli ospiti in segno di giubilo) e gli adepti della Jihad, in passato finanziata dagli iraniani, ora più vicina al regime del Sudan. Tutt’e due le organizzazioni hanno rivendicato la strage, ma Hamas ha poi smentito la rivendicazione. Gli investigatori di Gerusalemme sostengono che il mandante è il governo di Teheran.
• Conseguenze dell’attentato: le autorità israeliane hanno chiuso le frontiere con la Cisgiordania e la striscia di Gaza e impedito a migliaia di palestinesi di recarsi al lavoro nello Stato ebraico; il premier israeliano Netanyahu ha accusato Arafat di «non fermare la mano assassina dei terroristi islamici» (l’attentato è il secondo da quando il leader conservatore ha preso il potere); la posizione di Arafat s’è ulteriormente indebolita: ora è attaccato da molti intellettuali della sua parte e dagli ultrà religiosi d’Israele, di fatto alleati degli ultrà palestinesi. Netanyahu preferirebbe un altro partner nelle trattative, possibilmente più intransigente, così da poter scongiurare ogni possibile accordo.
• L’attentato, che rivela la forza del partito anti-pace (ben presente da una parte e dall’altra) s’è inserito nella grave crisi politica palestinese, la più dura dall’inizio dell’autonomia: 20 ministri su 24 sono accusati di aver sprecato denaro pubblico per 326 milioni di dollari (580 miliardi di lire) e si sono dimessi. «Ci sono mafie molto potenti che controllano l’acquisto dei medicinali e il trasferimento dei malati in Egitto, Giordania, Palestina».